martedì 11 agosto 2020

Occupare poco spazio, fare poco rumore

Un paio di anni fa, dopo aver avuto un piccolo ma fastidioso malessere – il mio cuore sembrava un po’ incerto sul da farsi, agitato, confuso, sregolato, un po’ come me in quel periodo – ho voluto fare alcuni controlli, tra cui un esame di cui non ricordo il nome, nel quale mi hanno riempita di placchette e hanno anche osservato il mio cuore battere attraverso un monitor.
Il medico mi ha assicurato che era tutto a posto, e che il mio “cuore piccolino”, a parte un soffietto dato dalla valvola un po’ “insicura”, stava bene. Aveva ripetuto “piccolo cuore” o qualcosa di simile, ora non ricordo le parole esatte, ma ricordo che mi aveva suscitato un moto di amore così grande che quasi mi ero commossa.
Gli ho chiesto ancora com’era, il mio cuore, e lui aveva risposto che era piccino ma stava bene.
Sono minuta, dalla testa ai piedi, e giustamente ho un cuore piccolino, che batte forte – come tutti gli animali, che più sono piccoli più hanno i battiti alti – e che qualche volta è un po’ incerto sul da farsi.
E questa sono io, proprio io. Sento tanta luce in questo piccolo corpo imperfetto, indeciso, e non del tutto funzionante, e tanto amore in questo piccolo cuore, con la sua valvolina incerta, che mi sembra di scoppiare.
E anche se non è facile vivere con certe imperfezioni, e a volte lo sconforto mi rapisce, non posso fare a meno di amarle tutte.

Sono felice di occupare poco spazio su questa terra,
di avere il passo lieve e silenzioso,
di fare poco rumore,
di aver bisogno solo di pochi bocconi di cibo per saziarmi,
di usare poca aria per riempire i miei polmoni.
E di alimentare la mia fiamma più di ogni altra cosa,
per dare al mondo molto di più di ciò che da esso posso e voglio prendere.

lunedì 29 giugno 2020

Quella prudenza che dà fastidio

Ognuno è libero di credere o non credere in ciò che vuole, di fare o non fare ciò che vuole. È libero, ma solo fino a dove la sua libertà non rischia di mettere in pericolo la salute e la libertà degli altri.
Vedere certe fotografie e certi atteggiamenti, sin dai primi giorni in cui è stato possibile incontrarsi di nuovo, è stato dapprima disorientante – ho creduto di abitare un mondo diverso, in un tempo diverso – poi sconcertante, e ho provato molti sentimenti spiacevoli: nervosismo, rabbia, certe volte disgusto, e infine la rassegnazione che ha accompagnato il lasciar andare queste persone fuori dalla mia vita.
Ho sentito morire il rispetto, la stima, in certi casi l’affetto sincero che provavo per loro, e non ho potuto fare altro che lasciarle indietro, come sto facendo anche adesso.
Perché non riesco a rispettare chi non rispetta me, chi amo, e tutti gli altri.
Ma i comportamenti volutamente sconsiderati non bastano. Tante, troppe persone che rifiutano la situazione attuale e si sono gettate a capofitto nel negazionismo, o nel delirio new-age, sono arrivate a ridicolizzare e insultare chi semplicemente accetta e segue quelle poche e semplici regole che non costano niente e salvano vite.
La prudenza ha iniziato a dare fastidio, a diventare un problema, mentre il mondo continua a morire.
Non so quale sia il vero motivo per cui la cura, la premura, il rispetto con cui ci si rapporta con gli altri, abbiano iniziato ad essere così intollerabili.
Essere prudenti non è una richiesta, è un dovere. Ma il concetto non perviene. E inoltre crea disagio.
Ci si rivolge agli altri con il tono di chi la sa lunga, preoccupandosi della loro paura, del loro panico, del loro male di vivere, e lo si fa ciecamente. Si è tanto convinti quanto ciechi, non si chiede se ciò che si sta dicendo sia vero. E non lo è quasi mai. Così si dà buca a un altro appuntamento con la realtà, e si continua a vivere nelle proprie illusioni.
Eppure è facile capire che non sono la paura o il panico a muovere chi si comporta in modo prudente, ma è l’amore che si prova per chi si ha accanto.
La prudenza è amore.
Prendersi cura è amore.
Proteggere è amore.

E non costa niente, anzi, è un gesto che reca piacere, anche quando è scomodo.
Bisognerebbe rendersene conto, e bisognerebbe farlo prima di mettere in pericolo gli altri con il proprio esempio sbagliato, sconsiderato, irresponsabile e, spesso, strafottente.
È facile negare quando non si vive in prima persona ciò che ci accade intorno. Si è molto fortunati e non ci si rende conto. Ma tante persone non sono state e non sono così fortunate. E forse bisognerebbe essere più grati per questa fortuna, e fare in modo che non si volti dall’altra parte, stanca di essere continuamente sfidata e misconosciuta.

Ognuno è libero di credere o non credere in ciò che vuole, di fare o non fare ciò che vuole.
E io sono libera di scegliere chi portare avanti nella mia vita e chi lasciare indietro.
Sono libera di accogliere il biasimo che mi sorge spontaneo davanti all’arroganza, il fastidio che mi suscitano la spavalderia, la noncuranza, l’irresponsabilità, l’ostentazione della propria mancanza di rispetto.
Davanti a certe immagini provo la sensazione di camminare su un sentiero troppo stretto che si affaccia sull’abisso. Cadere, però, non è un rischio che corro io, ma chi in quelle immagini è ritratto.
E ognuno è libero di fare anche questo, di camminare accanto all’abisso con una benda sugli occhi, senza riconoscere la fortuna che ha avuto e che continua ad avere nel non essere caduto e nel non aver tirato dietro di sé anche chi afferma di amare.

Da parte mia, continuerò a preferire la prudenza alla sfrontatezza, anche se inconsapevole.
Continuerò a prediligere la protezione all’irresponsabilità.
Continuerò a stimare chi agisce con amore verso chi ha vicino.
Continuerò a fare attenzione a ciò che scrivo, per non dare un esempio sconsiderato e rischioso per chi mi legge.
Continuerò a non avere alcuna paura, sorvolando su chi si preoccupa per il mio “terrore”, invece di preoccuparsi del proprio infantilismo.
Continuerò a portare la mia mascherina colorata, in tinta con i miei vestiti, trasformando il dovere in un gioco, così che il suo peso si alleggerisca; anche se c’è chi per questo mi definisce “lobotomizzata”.
Continuerò anche a rispettare chi non rispetta me, né nessun altro.
Continuerò a praticare l’amore, nella cura e nella premura, anche quando sarò stanca.
E continuerò a farlo col sorriso sulle labbra, anche se è nascosto e non si vede.

E quando tutto questo sarà passato, mi guarderò indietro e, ancora una volta, sarò in pace con me stessa e con il mondo nel quale ho deciso di nascere, e di crescere.
Illustrazione di Anastasia Suvorova

giovedì 18 giugno 2020

Sacerdotesse e semplici Donne in Cammino

Sono sempre stata così innamorata della figura delle antiche sacerdotesse, dai loro reali poteri sottili, dal loro ruolo sacro nelle società antiche, che non ho mai accettato né di intraprendere alcun percorso moderno precostituito, per me inadatto, che pretendesse di portarmi a diventare qualcosa che, pur conservandone il nome, non corrisponde affatto a ciò che loro erano e sono per me, né tanto meno di assumerne il titolo a mio piacimento. Il valore che dò alla parola sacerdotessa è per me troppo grande, troppo nobile, e ho sempre saputo che non sarei stata degna di farlo mio. Almeno, non finché fossi stata incapace di squarciare veramente le nebbie per volare oltre di esse e conoscere la dimensione divina che nascondono.
So che per molte persone oggi questa parola ha un altro significato, più semplice e “alla portata di tutte”, ma non è così per me, né lo sarà mai. A malincuore ho messo da parte questo titolo, molto più grande di me, ma al contempo non ho potuto fare a meno di dare forma alla mia vocazione. Ho iniziato a dedicare la mia vita, in ogni suo giorno, a tessere il sacro, a creare qualcosa che potesse avvicinarsi al sacro, a raccogliere i frammenti di sacro, sparsi in antiche tradizioni, racconti mitologici e fiabe, cercando di farli conoscere attraverso i miei “templi virtuali”, la carta stampata, le mie parole. E li ho vissuti visceralmente nella mia casa, nel mio corpo.
Sacerdotessa etimologicamente è colei che, resasi consapevolmente sacra – ovvero avvinta alla Madre, alla amorevole Sorgente del Tutto – dona cose sacre.
Io non sono questo, per quanto vorrei esserlo, perché non basta volere e credere di essere, bisogna essere davvero, e per essere è necessario passare attraverso prove iniziatiche e misteri travolgenti ed estremamente trasformativi. E io non li ho potuti vivere fino in fondo. Ne sono cosciente, e accetto di essere solo ciò che è vero che sono.
Come diceva Platone: “Sono in molti a portare il tirso, ma pochi i bacchoi”.
Io ho rinunciato a quel falso tirso, a tanto ego, e ho cercato di deporre ornamenti e di spogliarmi, piuttosto che di vestirmi di tutto punto e ornarmi. E non rimpiango nulla, perché so di essere nella mia verità.

Sono passati più di venti anni da quando ho ricevuto la mia chiamata e ho sentito la mia vocazione a percorrere le antiche vie femminili, e nonostante le cadute, non c’è stato un solo giorno in cui io non abbia camminato quella strada con tutta me stessa.
Ora sono qui, seduta come sempre, a vivere l’ispirazione costante che mi dona questo percorso, che è inscindibile da me, e mentre sorseggio piano il mio bollente infuso di zenzero, leggo sull’etichetta della bustina queste parole:

Communicate sacredness,
build it, share it and spread it
.”

(“Comunica la sacralità,
costruiscila, condividila, diffondila.”)

Sorrido. Perché non è solo ciò che sono, ma è anche ciò che faccio, ogni giorno, da tanto, tanto tempo.
E anche se certe volte sento un profondo struggimento, un’ondata di tristezza che mi riempie gli occhi di lacrime, perché non posso e non riesco a realizzare quello che per me è essere una sacerdotessa, vado avanti e resto fedele a ciò che sono: una giovane donna sul cammino della Grande Madre, piena di amore per Lei e di voglia e bisogno di imparare.
E continuo a fare ciò che sono nata e vivo per fare.

E se un giorno, quando e se passerò oltre quel velo di nebbia, guardandomi indietro mi renderò conto che, dopotutto qualche volta sacerdotessa lo sono stata per davvero, allora forse sarò molto felice… o forse semplicemente non me ne importerà nulla.
Perché quando si è davvero avvinte alla Madre niente altro ha importanza e il bisogno di identificazione non esiste più.
Lei è all’inizio, è alla fine, e nel dissolvimento di ogni desiderio.