lunedì 31 gennaio 2022

Una realtà, infiniti percorsi

“Unico e comune è il mondo per coloro che son desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare.”
Eraclito

La saggezza antica parla, lo fa ancora a distanza di millenni, e ha il potere di dissolvere la nebbia.
Credo, umilmente, che la natura sia semplice, talmente semplice che noi, con le nostre menti contorte e assetate di complicazioni, non riusciamo a vederla nella sua pura nudità.
Così la rivestiamo di tanti veli, la appesantiamo, la complichiamo, e complichiamo la nostra stessa vita, volendo vedere ad ogni costo ciò che, a ben guardare, non c’è.

Credo che il percorso spirituale, quello efficace, non sia inventare mondi diversi, realtà “proprie e particolari” nelle quali rinchiudersi, ma diventare capaci, attraverso la semplificazione, di vedere la realtà che ci circonda, imparando a percepire e riconoscere anche quella sottile e numinosa che vive e brilla dentro tutte le cose.
Spogliarsi di tutti gli strati che ci separano dalla nudità interiore,
essere capaci di sacrificare ciò che non serve, ovvero di rinunciare a certezze a cui si è rimaste/i aggrappate/i per troppo tempo, lasciandole andare,
e liberarsi.
Così da poter cambiare il mondo, l’unico mondo che abbiamo, attraverso il cambiamento di noi stesse/i.

Una realtà unica e comune,
tanti, infiniti percorsi, per imparare a vederla, a viverla e a guarirla
.

Osservare ciò che accade in natura, e imparare a specchiarsi in essa.
Semplicità, nudità, e quindi limpidezza.
Risvegliarsi leggere/i e libere/i – veramente libere/i – ritrovando l’unicità della realtà sottile da cui proveniamo e a cui sempre torneremo, così da non cadere più nei tranelli di cui la via è cosparsa, e che pur tuttavia esistono per essere affrontati, smascherati e oltrepassati.

Abbiamo una realtà imperfetta da guarire attraverso la guarigione di noi stesse/i.
Come dentro, così fuori.
E abbiamo una realtà sottile da ritrovare e nella quale ricordare,
così da tornare a quell’unità originaria
che è tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

***

“La via che conduce alla vera conoscenza è quella che cerca l'unità che è stata scissa.”
Fabio Chiocchetti
Fotografia di autrice o autore non indicata/o, raccolta da Pinterest.

domenica 30 gennaio 2022

La malattia nel mondo antico

“(…) l’interdizione linguistica evita di chiamare la malattia con il suo nome perché nominarla equivarrebbe ad evocarla. Alla stessa si attribuiscono invece altri nomi onorifici per lusingarla a non nuocere.”
(Evel Gasparini, Il matriarcato slavo)

Trovo questo modo antico di rapportarsi con la malattia – e con le sue cause – estremamente armonioso. Lo sento parte di quell’equilibrio più grande a cui io stessa aspiro, e l’ho sentito profondamente mio sin dall’inizio di questa lunga e pesante prova a cui l’umanità è sottoposta.

Qualche mese fa avevo scritto un brano riguardante l’orixà brasiliano che incarna la malattia, la pestilenza, l’epidemia – e quindi la pandemia; e il modo in cui la malattia stessa viene trattata all’interno della religione candomblé, ma non solo.
In particolare riprendo:
“(…) si potrebbe pensare che sia un’entità disprezzata e denigrata, ma la realtà è che si tratta, sì, di un orixà fra i più temuti, ma anche e soprattutto di uno dei più amati, dei più celebrati e onorati. Per quale motivo?
Perché la malattia è rispettata. La malattia è riconosciuta, accettata e onorata, nonostante la sofferenza che reca, perché solo così è possibile accogliere anche il suo potere trasformativo e, se possibile, la sua guarigione
.”

Ad oggi ritorno su questo concetto e lo condivido nuovamente, perché magari può essere utile a chi segue un percorso spirituale animista simile al mio.
E ripeto:
“Io non riesco a odiare la malattia, a insultarla, perché il mio rispetto per essa è molto più grande.
La riconosco, la vedo, la temo, osservo da vicino il suo potere mortifero, e per questo la rispetto
.”

E aggiungo che, pur tuttavia, imparerò a non nominarla, a non chiamarla. Ma a trattarla ancora di più con rispetto, con gentilezza, dandole nomi diversi, per lusingarla a non nuocere.

Trattengo l’energia e la rivolgo, come un manto bianco e luminoso, alla protezione mia e di chi amo.
Accetto con gratitudine e fiducia le precauzioni che sono state offerte per evitarne gli effetti più gravi.
Rafforzo il corpo nell’eventualità di doverla conoscere, di modo che sia capace di gestirla e spegnerla.
E sempre mantengo accesa la fiamma,
che è speranza e guida in questo tempo difficile.
Fotografia di autrice o autore non indicata/o, raccolta da Pinterest.

La Dea dell'Abbondanza

“Nelle fredde giornate d’inverno, quando il cielo terso assorbe la chiarità del paesaggio ammantato di neve, la Dea dell’Abbondanza passa sui ripiani dei campi, sugli orti, sui frutteti, sui prati. Le vesti splendenti hanno i riflessi del diamante; il volto emana luce e non si riesce a guardarlo, come il sole.
Viene dalla pianura la Dea dell’Abbondanza; cammina e pare volare nell’aria; vola e sembra camminare su piane, dossi e colline.
Nella destra tiene la bacchetta magica; con la sinistra regge un vaglio d’oro. Depone la bacchetta magica dentro il vaglio e semina per un ricco raccolto.
Visita le terre del Varesotto, del Mendrisiotto, del Luganese, scende dal Monte Ceneri sul piano di Magadino, risale le alte valli del Ticino, ed ogni villaggio che ha ricevuto la visita, ogni vallata che ha beneficiato della portentosa semina, gode di un’annata propizia.
”

Tratto da Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine, Cappelli Editore, Bologna, pag. 70.
Illustrazione di Lily Seika Jones.