domenica 5 febbraio 2023

Me lo lego al dito

Me lo lego al dito, un modo di dire che ha assunto un significato negativo e viene usato per far sapere che non ci si dimentica di un torto subito, di uno sgarbo, di un’offesa, che li si fissa nella memoria “per farne vendetta a tempo opportuno”.
In realtà il suo senso originario è quello di non dimenticare, di “imprimere bene alcuna cosa nella memoria”, di ricordare, senza tuttavia che ciò di cui ci si vuole ricordare abbia caratteristiche negative o positive. Anzi, legare al dito qualcosa significava fare un segno, qualcosa da tenere sotto gli occhi, così da non perdere il filo e serbare memoria di qualcosa. Qualcosa di importante.
Nella mia libera scrittura notturna ho lasciato affiorare le parole e questo modo di dire è emerso da solo, spontaneamente, eppure privo di alcuna connotazione negativa. Da rancoroso memorandum è divenuto una dolce promessa. Una promessa luminosa, devota, fedele.
Me ne sono innamorata, e l’ho fatto mio.

Un brillio, una visione, un simbolo, un’intuizione, una percezione, un intento, una direzione, un sogno.
Me lo lego al dito, per non dimenticare.
Me lo lego al dito, come un filo di purissima lana bianca, a ricordare dove volgere lo sguardo.
Me lo lego al dito, per non perdere il filo e camminare sicura.
Me lo lego al dito, in un intimo e sottile sodalizio.
Me lo lego al dito, è un’intenzione piena di magia.

Scrivo e filo le parole dalla luminosa matassa.
Do alla loro forma una nuova sostanza. Restituisco la loro più antica sostanza.
E trasformo ciò che porta rancore in una formula magica.
Me lo lego al dito.
E non sfilo quel filo per nulla al mondo.

Diverrà polvere di stelle, quando la promessa sarà mantenuta,
il voto, compiuto.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o

Le citazioni fra virgolette sono tratte dal Dizionario di Lingua Italiana, di Paolo Costa, Francesco Cardinali, Vol. III.

martedì 3 gennaio 2023

Stella

Continua a tornarmi nel cuore un ricordo di tanti anni fa, o meglio, il ricordo di ciò che mia mamma mi ha raccontato tante volte. Ero davvero molto piccola, avrò avuto circa tre anni, e stavo giocando da sola in spiaggia. Una signora si è avvicinata e mi ha chiesto come mi chiamassi… e io le ho risposto.
Poco dopo, la signora, salutando mia mamma, le ha detto: “Ho conosciuto Stella!”
Ovviamente mia mamma non aveva idea di chi stesse parlando. Le ha chiesto chi fosse Stella, e la signora, incredula – mi chiedo ancora cosa avesse pensato – le ha detto: “Sua figlia!”
Mia mamma le ha risposto che il mio nome era Laura, e la signora, sempre più perplessa, le ha detto che mi aveva chiesto come mi chiamassi, e che io le avevo risposto Stella.
Qualche settimana dopo, mia mamma mi ha confezionato un vestitino di cotone fucsia che ricordo ancora, con la pettorina ricamata con tante perline luccicanti, a formare il nome Stella.

Quello che mi è rimasto dentro è quanto sentissi quel nome, senza nessuna spiegazione logica – ero troppo piccola per i ragionamenti razionali – e ancora oggi non solo la parola in se stessa, ma anche tutto ciò che rappresenta – la forma, la luce, il simbolo, tutto – mi risuona dentro, come a richiamare e risvegliare quella bambina che, giocando da sola, diceva agli sconosciuti di chiamarsi Stella.
Ho sempre cercato di onorare e di mantenere viva quella bimba, lo farò sempre, ma adesso che continua a tornare questo ricordo, e che la stella continua ad apparire in varie forme e modi lungo il mio cammino, voglio dedicarmi ancora più profondamente, e con ancora più dedizione, a realizzare ciò che significa per me.

Voglio dedicarmi ad essere quella piccola stella,
che incurante di chi e cosa investe con la propria luce, brilla e basta.
La sua natura è quella di brillare,
e solo quando brilla, e brilla forte, realizza il senso della propria esistenza.
Illustrazione di Amelia Jane Murray

lunedì 2 gennaio 2023

Ritrovare la rotta

Quest’anno passato è stato pieno di nuovi colori e di mancati equilibri.
Ho perso più e più volte il mio centro, eppure in un modo o nell’altro ho sempre trovato piccoli equilibri di breve durata che mi hanno permesso di vivere momenti belli e pieni di calore.
Poi qualcosa è cambiato, e adesso devo ricominciare a cercare.

Negli ultimi giorni, leggendo le belle riflessioni di Rob Briezny sui segni zodiacali, ho trovato questa citazione: “La nave è sempre fuori rotta. Chi naviga lo sa. Navigare significa andare fuori rotta e correggere. Questo ci dà un’idea di che cosa sia la vita.” (Michael Meade)
Briezny la interpreta dicendo: “Deviamo continuamente dal percorso che vorremmo poter seguire con immancabile precisione. Questo non è un errore del sistema, è una sua caratteristica. E finché saremo ossessionati dall’idea che non siamo dove dovremmo essere, saremo distratti dal nostro vero lavoro. Qual è il nostro vero lavoro? Apportare continue correzioni.
Mi sono resa conto che per me è stato proprio così, e lo sarà sempre. Continuare a correggere la rotta, avendo ben chiara la direzione in cui desidero muovermi, è il vero impegno da svolgere con dedizione.
Certe volte, tuttavia, è proprio quando si perde la rotta che si arriva a solcare acque inaspettate. E nelle acque inaspettate sono nascoste esperienze e doni altrettanto inaspettati.
Prima di correggere e riprendere a navigare nella direzione sentita e desiderata, è bello soffermarsi a cogliere ciò che è lì, a disposizione. L’importante è non fare l’errore di dimenticare, abbandonando la rotta, perché vorrebbe dire perdersi e diventare prede al nulla, vittime del caos e del caso. Caos e caso, stesse lettere diversamente disposte, ugualmente piene di angosciosi risvolti.
Il bello della navigazione, di questo perdere la rotta, è vivere tutto ciò che arriva, imparare da ogni cosa, e poi recuperare la rotta e tornare a solcare le proprie acque,
quelle che portano laddove siamo chiamate/i ad andare.

La mia navigazione continua, sull’oceano acquatico e celeste,
a raccogliere stelle
che brillano nel mondo di sopra e nel mondo di sotto.
Guidata da quell’unica stella che credevo fosse lontana,
irraggiungibile,
e invece è sempre stata qui.
A brillare.
Dentro.

Illustrazione di Toshio Ebine