lunedì 7 agosto 2023

Non sento nulla

Non sento nulla. Triste ma vero.
Alcune persone sentono ogni cosa, sempre che sia vero. Prendono in mano una pietra e vanno in estasi, parlano con alberi e animali, fate, folletti e gnomi, e sentono le loro risposte. Così dicono. Io invece non sento nulla. Forse la mia è solo invidia, ma il più delle volte, volente o nolente, non credo a una parola. Annuisco sorridendo, e guardo altrove. Una ragionata diffidenza, un profondo scetticismo, tanta sfiducia trasmessa dalle molte illusioni e delusioni di cui è stata costellata la mia strada fino a oggi. È più forte di me, anche quando lo vorrei, non ci credo. Specialmente davanti alle certezze, alle ferree convinzioni, alle enunciazioni di verità, ogni parola crolla nel vuoto priva di vita, e non mi lascia dentro niente, solo l’ennesima sfiducia, l’ennesima delusione. E una grande tristezza che nasce dalla sensazione di non trovare mai il mio posto nel mondo, una guida da ascoltare, una via già battuta da seguire.
Non fa per te, mi dico. Anche questa volta la strada te la devi battere da sola. Almeno sai in che direzione non andare.
Vado per esclusione, spesso, e provo un senso di sollievo nel riconoscere ciò a cui non appartengo e ciò che non mi appartiene. Buon per te, mi dico, un meandro del labirinto in meno nel quale perderti e dal quale, poi, dover uscire.
Ma ci soffro, anche. Ricordo un giorno lontano in cui, di fronte al mio non sentire né vedere ciò che avrei dovuto – e voluto con tutta me stessa – sentire e vedere, mi è stato detto che evidentemente quella strada non faceva per me. Fai altro, se non senti e non vedi, fai altro, si vede che non è la tua strada.
Con una leggerezza assoluta, lo scopo più grande e profondo della mia vita, la mia stessa vita, veniva gettato via come fosse nulla. Fai altro. Peccato che non esisteva altro, per me.
Quella voce assolutamente autorevole, che riconoscevo come maestra, mi ha piegata. Eppure, dopo lo smarrimento iniziale, non l’ho ascoltata. Un atto di disubbidienza estremamente doloroso, eppure vitale.
Non ho fatto altro. Mi sono impuntata, ho proseguito. Ho ammesso e accettato di non vedere né sentire, mi sono allontanata, e ho proseguito. Al buio, nella nebbia, abbandonando ogni certezza, affidandomi solo a me stessa e a ciò che mi abita dentro. La mia anima. Lei la sento, non sempre, ma la sento. In lei credo. Sarà poco, ma per me è tutto.
Mi sono affidata solo all’amore che proveniva da lei dentro di me, e da colei che chiamo Grande Madre, dentro e attorno a me. Ho ripulito il mio specchio tante e tante volte, fino a riflettere dentro ciò che era fuori e riconoscere fuori ciò che era dentro. Amore, Gioia, Bellezza, Luce. Oro. Loro le sento, in loro credo.
Nelle mie personali illusioni ho comunicato con entità e divinità – inventate dall’essere umano e probabilmente inesistenti – esterne a me. Non ho sentito né visto nulla, ma mi è piaciuto credere che qualche volta mi ascoltassero. Il mio cammino è comunque stato benedetto da molte fortune. Magari alcuni sono stati piccoli doni ricevuti, magari ho semplicemente seminato bene e raccolto meglio. In ogni caso, ho sempre accolto con immensa gratitudine tutto ciò che di buono la vita mi ha dato, affrontando e accettando, seppur a fatica, ciò che mi ha tolto.

Da qualche tempo mi sento persa, il mio specchio è opaco e spento.
Non so più in cosa credere, ho perso ogni fiducia. Fluttuo in un vuoto muto e scomodo. La mia ispirazione tace, queste sono le prime parole che scrivo da settimane. Non sono ispirate, le sto cavando fuori a forza da dentro, una per una. Non sono buone, ma sono mie, mie soltanto, e le tengo in cuore. Ho bisogno di loro.
Lascio le canalizzazioni di flussi cosmici ed esseri di luce ad altre e altri, io non ci credo né mi interessano.
Per tanti anni, in passato, ho desiderato di parlare con voce divina, di avere qualcosa di sacro da insegnare alle altre, di essere datrice di sacro ricevuto e trasmesso, sacerdotessa, ancella e strumento di dee ed entità numinose. Ad oggi sono talmente tante coloro che a proprio modo sostengono di esserlo, che non soltanto non riesco a credere a nessuna/o di loro, ma mi è venuta a noia persino la mia stessa vocazione – e questo non so se riuscirò a perdonarlo.
La strada è troppo affollata, caotica, e di conseguenza, è diventata noiosa e indesiderabile, addirittura ridicola ai miei occhi.
Ognuna/o si crede canale e portavoce di divinità ed esseri superiori… Beate/i loro.
Io parlo per me stessa, è l’unica cosa vera che posso fare, ma nei momenti più fortunati e benedetti, parlo con l’anima. Ispirata da lei soltanto, dalle sue sottili comunicazioni con la bellezza universale, dall’amore che sento e traduco in parole, dall’incanto, il canto interiore, che nasce solo dentro, da noi stesse, e solo dentro può essere udito, compreso e quindi trasmesso. Quello lo sento, qualche volta. In lui credo. Sarà poco, ma per me è tutto.

Nel mio non sentire né vedere, nutro tuttavia una grande ambizione. L’unica che mi resta.
Non essere luna che riflette e ripete la luce di altri, pur restando buia, fredda e vuota.
Ma essere stella. Stella che brilla di luce propria. Propria soltanto. E che non ha bisogno di altro che di se stessa per brillare. Lo sono stata, per qualche istante. L’ho sentito. Ci credo.
Essere stella che di luce si veste e si fa parola. E brillare, brillare tanto forte da abbattere ogni incertezza, da annientare ogni dubbio, da dissolvere ogni illusione e autosuggestione.
Brillare incondizionatamente. E in quella luce oro, riconoscere la verità. Diventare verità.
E portare una piccola parte di luce vera nel mondo, lasciandolo un luogo un pochino migliore di come sarebbe stato,
se non fossi mai esistita.

***

Potrei tacere adesso.
Ma il mio umore resta in ombra, e non ho voglia di mentire.
La strada è ancora lunga. Le stelle sono lontane. La mia luce tremola nell’incertezza.
È ancora troppo poco, è sempre troppo poco. Forse non brillerò mai abbastanza. Forse non brillo affatto. E forse non ne vale nemmeno la pena.
Resto ancora nella malinconia, nello smarrimento, confusione, irritazione. Sono arrabbiata, e triste e stanca. Non è tempo di rinascere.
Ho bisogno della mia oscurità. Volto la faccia al lume. Mi arrendo al buio.
Non sento nulla, e va bene così.
Illustrazione di Caroline Jamhour

sabato 17 giugno 2023

Ed estate sia

La mitezza di queste giornate, così gentili rispetto a quelle di un anno fa, mi porta ad accogliere con una predisposizione diversa l’arrivo dell’estate, con la sua luce e il suo calore.
So che mi farà stare male, come sempre, e so che ci saranno giornate in cui farò fatica ad alzarmi, a muovermi, a mangiare, e nelle quali mi sentirò in colpa, per non avere forza e resistenza, per non essere più quella che ero tempo fa. So che sopraggiungeranno tristezza e frustrazione, e che dovrò fermarmi e assecondare il mio corpo invece che contrastarlo o pretendere da lui ciò che non può fare, ma accolgo ogni cosa, accolgo l’estate, e come sempre la rispetto. La rispetto, sinceramente.
Vedo la sua lucente ed esuberante bellezza, e la onoro.
Dunque, estate sia. Sia luce e sia calore.
E sia fresca e rigenerante la sera,
con le sue stelle, i suoi grilli, e il canto lontano dell’usignolo.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o, raccolta da Pinterest.

sabato 10 giugno 2023

Le donne nella Bibbia. La figlia di Jefte

Appunti di ricerca
Le donne nella Bibbia
La Figlia di Jefte


Da alcuni mesi mi sto dedicando allo studio delle donne presenti nella Bibbia, in particolare nell’Antico Testamento, e sto scoprendo poco a poco alcuni rari frammenti di sacro femminino non del tutto inaspettati. Oltre alla bellissima Jezabel, descritta chiaramente come una nemica sia perché regina, sacerdotessa e profetessa della dea madre, sia per via della sua spietatezza – del tutto simile se non inferiore a quella dimostrata dai profeti ebraici – vi sono altre donne, perlopiù ebraiche, che rivelano una forza e una saggezza che sembrano attingere direttamente a quel femminile sacro che prescinde qualsiasi religione e al contempo può emergere in ognuna di esse. Poiché appartiene alla donna e a nessun altro, uomo o dio che sia.
In certi casi inoltre, emergono fra le righe tradizioni e ritualità precedenti la religione monoteista, che restano degne di approfondimento. Fra le donne interessanti anche sotto questo punto di vista vi è una fanciulla senza nome, conosciuta semplicemente come la figlia di Jefte – o Iefte o Jephthah.

La sua storia ha inizio in un periodo in cui gli Israeliti erano oppressi dagli Ammoniti, ai quali erano stati consegnati da Yahweh poiché avevano di nuovo smesso di adorarlo, dedicandosi alle divinità pagane e ai loro culti.
Dopo essersi pentiti di aver abbandonato Yahweh, e averlo pregato di perdonarli, gli Israeliti cercarono un condottiero militare che li guidasse nella guerra contro gli Ammoniti. Scelsero Jefte, il Galaadita, che era capo di un gruppo di banditi, e questi, prima di partire per la battaglia, fece un voto a Yahweh: “Se tu consegnerai nelle mie mani gli Ammoniti, chiunque uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io lo offrirò in olocausto.” (Gdc, 11, 30-31)
Il Libro dei Giudici prosegue così:
“Quindi Jefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore li consegnò nelle sue mani. (…) Poi Jefte tornò a Mispa, a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con tamburelli e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”. Ella gli disse: “Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici”. Poi disse al padre: “Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne”. Egli le rispose: “Va’!”, e la lasciò andare per due mesi. Ella se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli compì su di lei il voto che aveva fatto. Ella non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Jefte il Galaadita, per quattro giorni ogni anno.” (Gdc, 11, 32-40)

Una nota presente nell’edizione corrente della Bibbia di Gerusalemme precisa che la parola “piangere” è talvolta tradotta con “cantare” o con “celebrare”, e aggiunge “il verbo ebraico lascia supporre che si tratta di canti funebri”.
La figlia di Jefte, quindi, accettando un destino non scelto da lei ma dal padre – del resto siamo in piena religione patriarcale – chiede soltanto una cosa: di poter errare per i monti per due mesi, piangendo, o forse cantando o celebrando, la sua verginità, insieme alle sue compagne.
Nel contesto della religione ebraica, precisa la nota al testo biblico, morire senza aver generato figli “era considerata una disgrazia e un disonore per una donna”, ma questa spiegazione non chiarisce del tutto la storia. Alcune interpretazioni vogliono che la figlia di Jefte non fosse stata uccisa, ma offerta a Yahweh perché lo servisse al suo tempio, dedicando a lui la sua verginità. Pertanto il suo pianto sarebbe stato rivolto proprio al suo restare vergine per sempre, non alla sua morte. Altri biblisti tuttavia affermano che il testo debba essere letto come scritto, e che eccessive interpretazioni o edulcorazioni lo altererebbero. Pertanto il sacrificio della figlia Jefte è da intendersi in senso letterale.
In ogni caso, ciò che appare più interessante è la richiesta della figlia di Jefte, il suo errare per i monti per due mesi con le sue compagne, forse portando con sé i tamburelli e danzando, per l’eterna verginità. Questo particolare infatti viene spiegato in questo modo:
Secondo alcuni “la storia della figlia di Jefte serviva a spiegare il costume dei quattro giorni passati ogni anno in montagna dalle figlie di Israele (…). Il rito sarebbe stato la rimanenza di un culto pagano di cui si erano dimenticate le origini’, il che rese necessaria l’invenzione di un “precedente” per spiegarne retroattivamente le cause.”
(Cfr. Literary Guide to the Bible, 17; John Baldock, Le donne della Bibbia, pag. 109)

Questa antica tradizione vede quindi delle donne riunirsi da sole sulle montagne per quattro giorni ogni anno, a piangere o cantare, o celebrare la verginità femminile, forse guidate da una figura misteriosa, in seguito divenuta la giovane figlia di Jefte, oppure in onore a lei.
Fra gli studiosi vi è anche chi ipotizza che la storia della figlia di Jefte nasca sul mito di Ifigenia figlia di Agamennone, che venne offerta agli dèi da suo padre per sedare i venti durante la guerra di Troia. Il nome Ifi-genia potrebbe infatti essere all’origine di “figlia di Jefi, o Jefet”, quindi di “figlia di Jefte”, e la similitudine delle due vicende non è da sottovalutare. (Cfr. Filippo Villani, La figlia di Jefte. Studio biblico-storico, in Letture di famiglia, Vol. II, pag. 278)

Da queste poche ma significative informazioni sembra emergere un’usanza femminile antica, fatta di pianti, canti e danze al ritmo dei cembali, che risuonano fra le montagne; un sacrificio che potrebbe comportare una morte oppure una consacrazione al tempio di una divinità pagana prima, ebraica in seguito; e una fanciulla che forse proviene da tempi molto più remoti, che accetta il proprio destino e, in un modo o nell’altro, offre la sua vita per placare i venti o ristabilire la pace.
Un piccolo ma non trascurabile inizio per far riemergere un frammento di sacro femminino, nascosto eppure ancora intuibile.
Dipinto di Alexandre Cabanel

***

Fonti bibliografiche parziali:
Baldock John, Le donne della Bibbia. Storie dimenticate di santità, sangue e intrighi, BUR Rizzoli, Milano 2019
La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 2009
La Sacra Bibbia, Edizioni Paoline, Roma, 1962
Villani Filippo, La figlia di Jefte. Studio biblico-storico, in AA.VV. Letture di famiglia, Vol. II, Lloyd Austriaco, Trieste, 1853

Ricerca e appunti di Laura Rimola. Nessuna parte di questo testo può essere riprodotta o utilizzata in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell’autrice e senza citare la fonte.