lunedì 15 aprile 2024

Una vita benedetta

Pensavo a quanto mi senta fortunata, a quanto lo sia, a quanto mi senta e sia benedetta dalla fortuna e dalla vita.
Spesso osservo le persone – l’ho sempre fatto – ascolto quello che dicono, osservo i loro modi, il modo che hanno di comportarsi le une verso le altre, ciò che appare per loro importante. Sento le loro emanazioni. E molte volte provo un senso di forte disagio, di vertigine, di malessere fisico. Non potrei mai vivere nelle loro scarpe, una vita piena di cose e priva di anima. Non capita sempre, certe rare volte ciò che vedo e l’emanazione che sento sono accoglienti, rincuoranti, benefici. Ma il più delle volte preferisco allontanarmi, e volgere lo sguardo – e le antenne – altrove. Sento la necessità di proteggermi da vite e situazioni per me insostenibili.
Quanto vuoto riescono a sopportare, riempiendolo di cose, senza rendersi conto che il vuoto resta vuoto. Io non potrei sopravvivere in quel vuoto, immersa nel vuoto col vuoto dentro.
Allora torno nella mia casa, chiudo le porte, quelle materiali e quelle magiche, accendo la fiamma, e mi immergo nel pieno della mia anima. La respiro, aria pura, la sento brillare, mi lascio cullare nella sua luce morbida e vibrante. E benedico la mia fortuna. La fortuna di vivere una vita piena di anima, di averla scelta da tanto tempo e di continuare a sceglierla e a viverla, ogni giorno.
Una vita animata dalla magia, costellata di doni, di segni e messaggi sottili che ogni volta mi guidano, mi illuminano, mi proteggono, mi permettono di correggermi e di ritrovarmi. E mi insegnano a vedere nel buio, a dispiegare le ali, a muovermi in sicurezza per la mia strada.
La riconosco, la mia fortuna, e la ringrazio con tutto il cuore.
È una tale benedizione vivere in un luogo
interiore
nel quale la luce è sempre accesa.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o.

lunedì 4 marzo 2024

Spiritualità e onestà radicale

Qualsiasi tentativo di essere una “persona spirituale” comportandosi e parlando in un certo modo, indossando certi tipi di vestiti, seguendo una certa dieta, ecc. risponde semplicemente al sé concettuale che tenta di sostenere una desiderata immagine di sé. Quando tutte le immagini di sé svaniscono, inclusa l’immagine di sé “spirituale”, ciò che rimane in realtà è l’ignoto.

È dall’ignoto del momento presente che nasce l’espressione allineata. Quindi, per sapere cosa è veramente vero per te in ogni dato momento devi prima essere pienamente presente. Sono necessari discernimento e onestà radicale, anche perché il sé concettuale può avere metodi subdoli per giustificare in modo convincente comportamenti distorti. In definitiva, solo tu sai cosa è veramente vero per te in un dato momento e assumerti la piena responsabilità di quella conoscenza è di per sé parte del processo di maturazione sul sentiero spirituale.

Louise Kay

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Abbraccio ogni singola parola di Louise Kay, e spero che possa essere utile, e che magari stimoli qualche riflessione, soprattutto in ambienti in cui “comportarsi in un certo modo”, “indossare certi tipi di vestiti”, magari “seguire una certa dieta”, e aggiungo, identificarsi in ruoli senza rispondere intimamente al loro reale significato, è diventato sinonimo di “persone spirituali”. A parer mio, e non solo mio, non è così.
Credo che la spiritualità reale giunga solo quando tutto questo crolla miseramente, lasciando nel buio, nel vuoto, nell’ignoto. Nude e disorientate, immerse nella sensazione di non essere più nulla.
Eppure lì, soltanto lì, se non ci si arrende, e se non si cede alla tentazione di creare una nuova maschera – ovvero un nuovo travestimento, per quanto verosimile, che ci illuda di essere ancora “persone spirituali” – a un certo punto qualcosa succede.
Una piccola luce si accende, o forse era sempre stata lì, calda e brillante, ma eravamo troppo impegnate a cercare di dimostrare a noi stesse e al mondo ciò che volevamo essere per vederla.
Eppure, quella luce è vera.
Fosse anche l’unica cosa che resta di noi, scalda, rincuora, ed è vera.
È allora, e solo allora, che la piccola luce, che piccola non è, diventa tutto.
È allora che scopriamo di non avere bisogno di altro che di quella luce, per essere ciò che siamo veramente.
Perché essa è spirito,
e se la nostra vocazione era sincera,
altro non è se non ciò che abbiamo sempre cercato.
Allora ci ritroviamo a sorridere, perché è quando diventiamo realmente “persone spirituali”,
che non ci importa più di esserlo,
né tantomeno di dichiararlo a noi stesse e al mondo.

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Mi soffermo ancora qualche attimo sulle parole che brillano fra le altre. Onestà radicale. Quale straordinario suggerimento per realizzare questa ardua missione.
L’onestà radicale è ascolto privato dalle interferenze, è indagine interiore, profonda e incondizionata, è lucido discernimento, è integrità e responsabilità, verso noi stesse, molto prima che verso gli altri.
Ed è ciò che spinge a eradicare tutto ciò che non ci appartiene veramente, a rinunciare a ciò che, allontanando dalla propria limpida verità interiore, ci distorce e inganna.
Essere radicalmente oneste, soprattutto, offre un dono inestimabile. Ci porta, prima o poi, a guardare nello specchio dell’anima, e a riconoscere consapevolmente ciò che riflette.

Una piccola luce accesa, che era sempre stata lì.
E che, fosse anche l’unica cosa che resta di noi, è vera.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o

martedì 27 febbraio 2024

L'amore mi sacrifica

Alcuni giorni fa, mentre da sola ascoltavo il canto della pioggia e mi cullavo in uno stato interiore di profondo benessere, armonia e amore, la amata voce interiore ha sussurrato, e alcune parole sono emerse da sole, posandosi sulle labbra.

L’amore mi sacrifica

Parole che possono apparire strane, fuorvianti, addirittura scomode, se non si conosce il loro vero significato. Ma tali sono, e nulla vi è di più vero.
L’amore mi sacrifica, perché l’amore, quello vero e profondo che arde dentro a prescindere da qualsiasi causa esterna, sacrifica.
Sacrificare, dal latino sacer, ovvero “sacro” e facere, “fare, rendere”, in origine significa “fare sacro” o “rendere sacro”. Quindi sacrificarsi, lungi dal provocarsi dolore o privazione per qualcosa o per qualcuno, richiama in realtà l’atto sia pratico che interiore di farsi sacre, rendersi sacre, quindi divenire piene di sacro. Lo stato d’essere che si presume avessero raggiunto, tramite pratiche misteriche e intense comunioni immerse in se stesse e nella natura, certe antiche donne votate al divino e del divino divenute ricettacoli viventi.
Il divino, tuttavia, nella sua essenza più pura, alta e vera, non è che amore.
Per questo, forse, quando si è piene di amore, per se stesse e per ciò che circonda, si percepisce l’essenza divina e ci si rende sacre.
L’amore sacrifica, rende sacre.
Quindi, l’amore è sacrificio, è un fare sacro.
Sentirlo ardere dentro, nella sua fiamma talvolta minuta e appena percettibile, talaltra alta, forte, calda e luminosa, è un atto consapevole di sacrum facere.
Nutrire amore, mantenerlo vivo e acceso, accrescerlo e preservarlo, permette di divenire sacre, quindi di vivere nel sacro interiore e, di conseguenza, di emanarlo, di portarlo attorno a sé. Di dare il sacro.
Una delle prime cose che mi sono state insegnate è che ognuna può dare solo ciò che è, mai ciò che non è, o non è ancora; una lezione che ho ritrovato anche di recente, e che come allora ha risuonato forte dentro di me. La reputo vera, ci credo molto.
Ognuna può dare solo ciò che è, dunque e farsi sacre è un dono non solo per se stesse ma anche per gli altri.
Del resto, non vi è gesto più bello e importante del dare il sacro.
Di dare amore.
E aiutare altre e altri a sentirlo, riconoscerlo, alimentarlo, e grazie alla sua presenza, sacrificarsi.
In pienezza, fiducia, bellezza.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o.