giovedì 11 giugno 2020

Profumi di resine lontane

Studiando i diversi tipi di incenso, la provenienza e la raccolta, sono profondamente affascinata dalla Namibia, una regione dell’Africa nella quale gli alberi rilasciano spontaneamente le loro resine, senza bisogno di alcuna incisione nella corteccia, producendone in grande abbondanza. La resina è raccolta tradizionalmente dalle donne Himba, che in un solo giorno ne prelevano a sufficienza per un anno intero.
Immagino i loro volti bruniti, le loro vesti colorate ed eleganti, mentre appoggiano le mani dalle lunghe dita sui tronchi degli alberi, fra le dune color ruggine, immerse nei profumi che esalano naturalmente dalle piante.
La loro resina, la utilizzano in molti modi, e loro sono solite scioglierla insieme a burro e ocra rossa, per poi spalmarla, come unguento profumatissimo, su tutto il corpo.
Quanta bellezza nella differenziazione della natura, quanta ricchezza nella diversità delle culture.
Ogni cultura ha il proprio paesaggio, le proprie sembianze, il proprio colore, i propri profumi. Canti e racconti e usanze diverse. E in origine, un’armonia condivisa che univa tutta la terra.
Sogno notti stellate profumate d’ambra e mirra, e fra un sogno e l’altro torno ai miei studi. Torno ad esalare a pieni polmoni racconti balsamici e odorose tradizioni.
Torno alle donne che raccolgono gocce dorate trasudate dalle cortecce accaldate, e mi sembra quasi di conoscerle. Nell’anima siamo simili.

Fremo all’idea di bruciare qualcuno di quei ricchi granelli di resina Omumbiri che, ora so, hanno raccolto loro.
E lasciarmi avvolgere dalle stesse volute di fumo, perdendomi in quei profumi che loro ben conoscono.

lunedì 8 giugno 2020

Le Armi della Bellezza

Studiando le tradizioni della pianta di maggiorana nel mondo antico, mi sono soffermata molto su ciò che ne scrisse Lucrezio nel suo De rerum natura, alla fine del capitoletto dedicato alle differenziazioni della natura. Soprattutto mi hanno colpita le interpretazioni che ne sono state fatte, nelle quali ho ritrovato una grande verità, con la quale in molte/i ci stiamo confrontando in modo costante negli ultimi anni.
Traggo il brano dal mio articolo, con la citazione completa di Lucrezio, e la sua breve interpretazione:

“Era risaputo che i porci temono e fuggono la maggiorana, disturbati dal suo intenso e raffinato profumo, poiché lo percepiscono come un fetore insopportabile. Scriveva infatti Lucrezio nel suo De rerum natura: “Denique amaracinum fugitat sus et timet omne unguentum: nam saetigeris subus acre venenumst, quod nos interdum tamquam recreare videtur. At contra nobis caenum taeterrima cum sit spurcities, eadem subus haec iucunda videtur, insatiabiliter toti ut volvantur ibidem.” – “L’amaracino – la maggiorana – è evitato dal maiale, che teme gli unguenti tutti; e infatti ai setolosi maiali questo è acre veleno, ciò che noi, alle volte, sembra come chiamare alla vita. Al contrario, mentre il fango è per noi la più orrenda sporcizia, questo stesso appar bello ai maiali, così che si rigirano proprio lì, senza mai averne abbastanza.”
Il senso di questa differenziazione della natura, in origine priva di interpretazioni, ha suggerito metaforicamente che “coloro che trovano piacere nelle cose immonde, avvertono quelle belle, pure e oneste come insopportabili e nauseabonde” (*), e in tal senso la maggiorana è stata considerata la benefica pianta che respinge e dissipa volgarità, rozzezza e ignoranza col potere della bellezza.”

Al di là della simbologia della maggiorana in sé, questa simbologia è estremamente chiara e realistica, e in un certo senso anche rincuorante, perché dimostra che anche quando sembra di essere sconfitte, in realtà la bellezza, prima o poi, vince comunque.

Coloro che restano radicate nella bellezza – con le dovute scivolate sul fango degli altri, dato che non è semplice non cadere quando si è circondate di caotico lerciume – perché questa è la loro indole e la loro più alta aspirazione, non possono fare a meno di continuare a lottare, come combattenti bianche armate di bellezza.
E coloro che amano tanto la sporcizia, l’artificialità, la rozzezza, ovvero il fango – non inteso come terra feconda amata dai cari maiali, creature sacre della Madre, ma come lordura interiore – e fanno dell’ignoranza il proprio stendardo, continueranno comunque a cercarli, a crearli nella propria vita e in quella degli altri, e a sguazzarci dentro.
Eppure proprio attraverso il potere repellente, insopportabile, pestilenziale, che la vera bellezza ha su certe persone, queste verranno allontanate comunque, verranno demolite e sconfitte.
Anche laddove cercheranno di distruggere la bellezza con la violenza, anche laddove crederanno di esserci riuscite, non ci riusciranno. Perché la bellezza sopravvive comunque, e continuerà a nascere e crescere spontaneamente, come natura vuole.

L’essere umano guasto e il suo fango vivono con la data di scadenza stampata sulla fronte. Lui si crede grande e potente, ma è piccolo, povero e senza valore.

Invece, la bellezza è una verità adamantina e immortale.
E le combattenti bianche lo sanno. Per questo la scelgono sempre.
Lavano le loro ferite con il suo balsamo rigenerante.
Brandiscono la spada forgiata con i suoi luminosi metalli.
Scagliano affilate frecce che squarciano il buio.
La loro corazza è tessuta di lini sottili quanto impenetrabili.
E anche quando cadono, e soffrono, e muoiono, tornano sempre nel grembo della bellezza e in esso riposano, e rinascono. E tornano per combattere ancora.
Niente e nessuno potrà mai sconfiggerle.
Illustrazione di Anastasia Suvorova

* Cfr. Lucrezio, De rerum natura, Libro VI, 973-975; e Carlo Lapucci e Anna Maria Antoni, La simbologia delle piante, pagg. 251-252.
Brano tratto dal mio articolo Maggiorana, pubblicato il 7 Giugno 2020 su il Tempio della Ninfa.

martedì 2 giugno 2020

Là dove riposa il Sogno

Ieri sono tornata in un luogo a me caro. Ho fermato la macchina dopo una breve salita tortuosa, e sono scesa ad ascoltare il canto degli uccelli, lo stormire delle foglie nel vento fresco, il suono argentino del ruscello. In questo luogo c’è una casetta, per adesso una semplice stalla, ma qualche anno fa, quando l’ho “incontrata”, per la prima volta ho visto ciò che sarebbe potuta diventare, e per la prima volta ho riconosciuto in essa tutto ciò che ho sempre sognato.
È la prima casa che potrebbe diventare perfetta, quella che si adatta naturalmente a ogni fotografia che ho raccolto in molti anni, quella che ogni dipinto su cui ho tanto fantasticato, potrebbe ritrarre.
Così ogni tanto torno a vederla, controllo che il cartello della vendita sia sempre lì, al suo posto, e aspetto di potermi permettere di ricostruirla, sasso dopo sasso, mattone dopo mattone, per trasformarla nel sogno che ho in cuore da sempre.

Se poi spiccherò il volo e poserò le mie ali in altri paesi, vicini o lontani, e troverò altrove la mia realtà, la accoglierò a braccia aperte. Ma se questo non accadrà, e ogni volta non vi sarà luogo che sia per me casa come casa mia, allora tornerò sempre qui… e saprò che quella, e nessun altra, sarà la mia realtà.
Il luogo dove l’antica Magia che porto dentro, e che nonostante tutto non mi ha mai abbandonata, potrà ricominciare a vivere, a vivere veramente, portando gioia non solo a me, ma anche a coloro che con me, qualche volta, la condivideranno.

Per ora aspetto, e ricordo la sensazione che provo ogni volta che raggiungo quel posto.
C’è un modo per definirla, l’ho sentito ieri molto chiaramente: “calma luminosa”.
La mia Casa della Calma Luminosa è sempre lì… e finché resterà lì il sogno continuerà a vivere.
Fino a quando, forse, sarò pronta a realizzarlo.
Illustrazione di Kass Reich