lunedì 9 settembre 2024

A-thea

Per tanti anni, più della metà della mia vita, la Grande Madre è stata l’essenza del mio cammino. Mi accostavo ai suoi innumerevoli volti, li studiavo, li amavo moltissimo, eppure poi tornavo sempre e solo a lei. Quello spirito trascendente e immanente che sentivo come una madre immensa, un grembo d’amore e armonia. Per quanti anni ho vissuto alla ricerca di questo infinito abbraccio, non saprei nemmeno più dirlo. Certe volte l’ho sentito, e quelle volte sono capitate cose magiche.
Tuttavia, ogni cosa ha una fine. Anche se questa, di fine, non pensavo l’avrei mai scritta.
Troppe voci hanno parlato sopra il mio sentire, confondendolo nonostante i continui e testardi tentativi di rimanerci salda. Poi mi sono resa conto di qualcosa… io mi sentivo sempre capita, da lei. Sapevo che lei mi comprendeva, che conosceva i miei moti interiori, le mie esperienze, il mio vissuto. Sentivo il suo amore, la sua approvazione. Sentivo che era accanto a me. Anche quando camminavo in direzioni opposte e contrastanti rispetto ad altre. Rispetto a coloro che la onoravano in modi simili o estremamente diversi dai miei, e a loro volta, si sentivano costantemente approvate da lei.
Qualcosa ha iniziato a vacillare.
Se ognuna di noi, si sente sempre compresa e approvata, anche quando compie gesti o scelte contrastanti e talvolta discutibili, allora com’è possibile che nella realtà sia davvero così?
Poi il crollo.
Nella sofferenza, nel barcollare della mia verità quando tuttavia sapevo fosse vera, nella confusione, nel disorientamento, ho avuto bisogno di quella comprensione, di quel sostegno, di quell’approvazione. E in quel mentre, ho sentito e visto che proprio chi mi stava facendo male, come chi lo aveva fatto tante, tante volte prima di allora, si sentiva approvata, compresa, appoggiata. Dalla Madre.
Un velo è caduto dai miei occhi, e poco dopo, il vuoto.
Come potrebbe, una Madre, la stessa Madre, comprendere il mio dolore, l’ingiustizia subita, e sostenermi, e allo stesso tempo approvare colei che mi sta massacrando?
Io sono nel vero, mi ripetevo, la Madre sa.
Le stesse parole che si ripeteva chi stava dall’altra parte.

Vi è dunque una Madre in tutto questo, o siamo soltanto noi, che nel nostro bisogno di sentirci comprese, sostenute, approvate, ci convinciamo di esserlo niente meno che da una divinità?
Noi, che a volte crediamo addirittura di agire in nome suo, quando non stiamo facendo altro che assecondare i capricci del nostro ego.

Ripenso a un film di qualche sera fa, dove una donna, che non aveva fatto nulla di male, provava tuttavia un forte senso di colpa e ripeteva “prego che Dio mi perdoni” – quante volte l’abbiamo sentita.
Perché mai dovremmo sperare nel perdono di un’entità esterna quando siamo soltanto noi a doverci perdonare, o a renderci conto che non c’è nulla che deve essere perdonato? Fino a che punto proiettiamo all’esterno le nostre responsabilità e il nostro potere, aspettando che qualcuno faccia le cose al posto nostro? Siamo a tal punto scollegate da noi stesse da delegare la nostra stessa vita a una idea che noi stesse abbiamo creato?
Allo stesso tempo, però, siamo capaci di sentirci appoggiate e ne andiamo orgogliose.

Credo che in molti casi la religione sia una malattia.
E lo stadio più avanzato di questa malattia, porta capi di stato a compiere crimini inauditi, in nome della divinità da cui si sentono legittimati.
Eppure, in piccolo, e in modo innocuo o persino benefico, non stiamo facendo noi la stessa cosa?
C’è del vero in ciò che crediamo, o sono solo convincimenti di cui abbiamo bisogno per vivere bene?

L’ho odiata, la Madre.
Colei che amavo immensamente, l’ho detestata e l’ho disprezzata con tutta me stessa. Perché quando è crollata, non è rimasto più niente.
A-thea. Senza-dea.

Ora ripenso alla me stessa di nemmeno un anno fa, votata alla Madre, come una sacerdotessa mancata che pure a quel sacerdozio aveva dedicato la vita, e non la riconosco più. La guardo da lontano, mentre prega piena di fervore, perennemente commossa e ardente. Come una asceta o una martire. La vocazione che mi ha riempito la vita per così tanti anni è scomparsa, crollata insieme alla Madre che dà ragione a tutte – e a nessuna. O forse è cambiata – perché altrimenti, continuerei a sentire l’ardore, che tuttavia è orfano di ciò che lo aveva ispirato?
Anche io – come la mia amata Vanessa Ives – ho gettato il crocifisso nelle fiamme del camino, e osservo la parete spoglia.

Eppure, qualcosa ci dovrò appendere, mi dico. È troppo vuota. Il vuoto è triste. È mancanza e disorientamento. E non mi piace.
Staremo a vedere, quale sarà la prossima immagine ispirante che eleggerò a divinità.
Quale idea indotta mi illuderò di onorare e servire.
Davanti a quale immaginetta o disegno accenderò la candelina e dirò la preghierina.

Dove sto andando, adesso, non lo saprei dire.
Accolgo assetata le piccole ispirazioni che mi animano.
E ricomincio dall’inizio. Dal basso.
Dal muschio e dai funghi.
Dalla terra. Dalle ossa.

***

Erano ormai alcuni mesi che volevo scrivere questo brano, che tuttavia ogni giorno cambia, si arricchisce, si chiarisce, si consolida, si colora di speranze o bestemmie, nel mio abbandono di ciò che è stato e nella ricerca spasmodica di ciò che è adesso e forse sarà.
Era da scrivere, lo dovevo fare. Per me stessa.
Ora posso lasciar andare questo lungo diario, pieno di quella me che, pur essendo sempre io, ha lasciato cadere dei pezzi e ora deve proseguire e voltare pagina.

Come un quaderno di carta, che prima o poi finisce, questa è la sua ultima pagina.
Il diario si chiude. Al suo interno un piccolo mondo passato.
Un nuovo diario, da qualche parte, verrà aperto.
La prima pagina ancora da scrivere.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o, raccolta da Pinterest.

venerdì 14 giugno 2024

Giuramenti

Tanti anni fa feci un giuramento. Un giuramento segreto, accorato, assoluto, espresso con tutta me stessa. Ogni più piccola parte di me era presente in quelle parole, e un anello invisibile si impresse sul dito della mia anima.
Col passare degli anni, tuttavia, mi sono resa conto che ciò a cui avevo giurato era diverso da quello che avevo creduto. Quello a cui mi ero votata non rispondeva alla sua apparenza, e in parte non era nemmeno mai esistito.
Rendermi conto della verità e accettarla ha richiesto molti anni, ed è stata e sempre sarà una delle sofferenze più grandi della mia vita. Eppure mi sono rifiutata di arrendermi e di gettare tutto alle ortiche, ho raccolto i pezzi e li ho nascosti. Li ho protetti e mantenuti in vita, lontano dagli occhi di tutti. Li terrò in vita per il tempo in cui potranno vivere di nuovo, mi sono promessa. Come braci mai spente che rosseggiano nel buio.
Ciò nonostante, da allora il mio giuramento è rimasto orfano, e ha sofferto la mancanza di ciò che gli aveva dato vita. Ma la sua forza iniziale era tale da non permettergli di svanire nella nebbia dell’oblio. Un giuramento di questo genere non si esaurisce, né si corrompe. Come una stella, continua a brillare, anche dopo che la sua sostanza materiale ha smesso di esistere.
Ogni volta che mi ha richiamata a sé, ho bevuto il suo dolore, e l’ho raccolto e tenuto stretto al cuore, lì dove era nato. Se non esiste ciò che lo ha ispirato, mi sono detta, esisto io.
Esiste il cuore che lo ha espresso, la voce che lo ha pronunciato.
Ho cominciato a guarire il suo vuoto, riempiendolo dell’unica cosa reale che avessi, me stessa.
Fino a ricordare. Ho ricordato che ciò a cui avevo giurato, in verità, altri non era che la mia stessa anima.
Perché non era così necessaria e imprescindibile la via che avevo scelto per raggiungerla. Ciò che era necessario era solo e soltanto lei.
Lei, la mia salute, la nostra libertà.

Oggi guardo le rovine dietro di me, i percorsi abbandonati, le porte chiuse, i veli caduti, le divinità crollate – e non vi è giorno in cui dentro di me io non pianga quelle rovine.
Non è rimasto nulla. O quasi.
Sono rimasta io.
E sono qui, con tutta l’anima.
E sono luce, e forza,
e ali dispiegate nel vento.
***

“Nutrice: la Colchide è lontana, di tuo marito non ti puoi fidare, del tuo potere non resta più nulla.
Medea: resta Medea. In lei c’è mare e terra, e ferro e fuoco, i fulmini e gli dei.
[…]
La sorte può sottrarmi ogni bene, non l’animo, mai.
”
Seneca, Medea

***
Illustrazione di Renia Metallinou

mercoledì 12 giugno 2024

Quando la superficie si increspa

Quante volte vediamo solo ciò che vogliamo vedere? Siamo convinte di ciò che crediamo sia vero e non riusciamo a spingere lo sguardo più in là.
Quante volte una vocina dentro di noi ci mette in guardia, ma non la ascoltiamo? Oppure il nostro occhio scorge un’ombra oscura e meschina, e immediatamente guardiamo altrove, perché non vogliamo credere a ciò che ci sembra di aver visto?
Così tutto è bello e perfetto e incantato, perché ci piace che sia così e vogliamo che così resti.

A volte però la superficie si increspa…
Una nota stride,
una maschera cade…
Quante volte facciamo finta di niente e proseguiamo per quella che crediamo sia la nostra strada, negando a noi stesse l’evidenza pur di non ammettere che ciò che abbiamo visto possa essere più vero di ciò che crediamo sia vero?
Io lo so bene, mi sono ingannata tante volte e a volte continuo a farlo, consapevolmente.
Ma vedo, e sento, e so. E quando ne ho voglia, e sono pronta a lasciare che tutto crolli, lo ammetto a me stessa.
Perché quando non vale più la pena di nascondermi sotto al comodo velo dell’illusione, perché ciò che vedo e sento e so è troppo grande, l’inganno non mi piace più. Ed ecco che cade e si infrange.
Spesso ciò che cela sono frammenti di inferno.
False corna, fumo, fiamme gelide e occhi neri.
Odore nauseante,
grida rauche e stonate,
ciechi seguaci che sbraitano e vomitano,
miasmi rivoltanti.

Amo troppo l’oscurità – quella sublime e raffinata,
per accettare di camminare laddove
striscia
chi parla di luce,
e non è in grado nemmeno di rispettare l’ombra.
Fotografia di Natalia Drepina

lunedì 15 aprile 2024

Una vita benedetta

Pensavo a quanto mi senta fortunata, a quanto lo sia, a quanto mi senta e sia benedetta dalla fortuna e dalla vita.
Spesso osservo le persone – l’ho sempre fatto – ascolto quello che dicono, osservo i loro modi, il modo che hanno di comportarsi le une verso le altre, ciò che appare per loro importante. Sento le loro emanazioni. E molte volte provo un senso di forte disagio, di vertigine, di malessere fisico. Non potrei mai vivere nelle loro scarpe, una vita piena di cose e priva di anima. Non capita sempre, certe rare volte ciò che vedo e l’emanazione che sento sono accoglienti, rincuoranti, benefici. Ma il più delle volte preferisco allontanarmi, e volgere lo sguardo – e le antenne – altrove. Sento la necessità di proteggermi da vite e situazioni per me insostenibili.
Quanto vuoto riescono a sopportare, riempiendolo di cose, senza rendersi conto che il vuoto resta vuoto. Io non potrei sopravvivere in quel vuoto, immersa nel vuoto col vuoto dentro.
Allora torno nella mia casa, chiudo le porte, quelle materiali e quelle magiche, accendo la fiamma, e mi immergo nel pieno della mia anima. La respiro, aria pura, la sento brillare, mi lascio cullare nella sua luce morbida e vibrante. E benedico la mia fortuna. La fortuna di vivere una vita piena di anima, di averla scelta da tanto tempo e di continuare a sceglierla e a viverla, ogni giorno.
Una vita animata dalla magia, costellata di doni, di segni e messaggi sottili che ogni volta mi guidano, mi illuminano, mi proteggono, mi permettono di correggermi e di ritrovarmi. E mi insegnano a vedere nel buio, a dispiegare le ali, a muovermi in sicurezza per la mia strada.
La riconosco, la mia fortuna, e la ringrazio con tutto il cuore.
È una tale benedizione vivere in un luogo
interiore
nel quale la luce è sempre accesa.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o.

lunedì 4 marzo 2024

Spiritualità e onestà radicale

“Qualsiasi tentativo di essere una “persona spirituale” comportandosi e parlando in un certo modo, indossando certi tipi di vestiti, seguendo una certa dieta, ecc. risponde semplicemente al sé concettuale che tenta di sostenere una desiderata immagine di sé. Quando tutte le immagini di sé svaniscono, inclusa l’immagine di sé “spirituale”, ciò che rimane in realtà è l’ignoto.

È dall’ignoto del momento presente che nasce l’espressione allineata. Quindi, per sapere cosa è veramente vero per te in ogni dato momento devi prima essere pienamente presente. Sono necessari discernimento e onestà radicale, anche perché il sé concettuale può avere metodi subdoli per giustificare in modo convincente comportamenti distorti. In definitiva, solo tu sai cosa è veramente vero per te in un dato momento e assumerti la piena responsabilità di quella conoscenza è di per sé parte del processo di maturazione sul sentiero spirituale.”

Louise Kay

***

Abbraccio ogni singola parola di Louise Kay, e spero che possa essere utile, e che magari stimoli qualche riflessione, soprattutto in ambienti in cui “comportarsi in un certo modo”, “indossare certi tipi di vestiti”, magari “seguire una certa dieta”, e aggiungo, identificarsi in ruoli senza rispondere intimamente al loro reale significato, è diventato sinonimo di “persone spirituali”. A parer mio, e non solo mio, non è così.
Credo che la spiritualità reale giunga solo quando tutto questo crolla miseramente, lasciando nel buio, nel vuoto, nell’ignoto. Nude e disorientate, immerse nella sensazione di non essere più nulla.
Eppure lì, soltanto lì, se non ci si arrende, e se non si cede alla tentazione di creare una nuova maschera – ovvero un nuovo travestimento, per quanto verosimile, che ci illuda di essere ancora “persone spirituali” – a un certo punto qualcosa succede.
Una piccola luce si accende, o forse era sempre stata lì, calda e brillante, ma eravamo troppo impegnate a cercare di dimostrare a noi stesse e al mondo ciò che volevamo essere per vederla.
Eppure, quella luce è vera.
Fosse anche l’unica cosa che resta di noi, scalda, rincuora, ed è vera.
È allora, e solo allora, che la piccola luce, che piccola non è, diventa tutto.
È allora che scopriamo di non avere bisogno di altro che di quella luce, per essere ciò che siamo veramente.
Perché essa è spirito,
e se la nostra vocazione era sincera,
altro non è se non ciò che abbiamo sempre cercato.
Allora ci ritroviamo a sorridere, perché è quando diventiamo realmente “persone spirituali”,
che non ci importa più di esserlo,
né tantomeno di dichiararlo a noi stesse e al mondo.

***

Mi soffermo ancora qualche attimo sulle parole che brillano fra le altre. Onestà radicale. Quale straordinario suggerimento per realizzare questa ardua missione.
L’onestà radicale è ascolto privato dalle interferenze, è indagine interiore, profonda e incondizionata, è lucido discernimento, è integrità e responsabilità, verso noi stesse, molto prima che verso gli altri.
Ed è ciò che spinge a eradicare tutto ciò che non ci appartiene veramente, a rinunciare a ciò che, allontanando dalla propria limpida verità interiore, ci distorce e inganna.
Essere radicalmente oneste, soprattutto, offre un dono inestimabile. Ci porta, prima o poi, a guardare nello specchio dell’anima, e a riconoscere consapevolmente ciò che riflette.

Una piccola luce accesa, che era sempre stata lì.
E che, fosse anche l’unica cosa che resta di noi, è vera.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o

martedì 27 febbraio 2024

L'amore mi sacrifica

Alcuni giorni fa, mentre da sola ascoltavo il canto della pioggia e mi cullavo in uno stato interiore di profondo benessere, armonia e amore, la amata voce interiore ha sussurrato, e alcune parole sono emerse da sole, posandosi sulle labbra.

L’amore mi sacrifica

Parole che possono apparire strane, fuorvianti, addirittura scomode, se non si conosce il loro vero significato. Ma tali sono, e nulla vi è di più vero.
L’amore mi sacrifica, perché l’amore, quello vero e profondo che arde dentro a prescindere da qualsiasi causa esterna, sacrifica.
Sacrificare, dal latino sacer, ovvero “sacro” e facere, “fare, rendere”, in origine significa “fare sacro” o “rendere sacro”. Quindi sacrificarsi, lungi dal provocarsi dolore o privazione per qualcosa o per qualcuno, richiama in realtà l’atto sia pratico che interiore di farsi sacre, rendersi sacre, quindi divenire piene di sacro. Lo stato d’essere che si presume avessero raggiunto, tramite pratiche misteriche e intense comunioni immerse in se stesse e nella natura, certe antiche donne votate al divino e del divino divenute ricettacoli viventi.
Il divino, tuttavia, nella sua essenza più pura, alta e vera, non è che amore.
Per questo, forse, quando si è piene di amore, per se stesse e per ciò che circonda, si percepisce l’essenza divina e ci si rende sacre.
L’amore sacrifica, rende sacre.
Quindi, l’amore è sacrificio, è un fare sacro.
Sentirlo ardere dentro, nella sua fiamma talvolta minuta e appena percettibile, talaltra alta, forte, calda e luminosa, è un atto consapevole di sacrum facere.
Nutrire amore, mantenerlo vivo e acceso, accrescerlo e preservarlo, permette di divenire sacre, quindi di vivere nel sacro interiore e, di conseguenza, di emanarlo, di portarlo attorno a sé. Di dare il sacro.
Una delle prime cose che mi sono state insegnate è che ognuna può dare solo ciò che è, mai ciò che non è, o non è ancora; una lezione che ho ritrovato anche di recente, e che come allora ha risuonato forte dentro di me. La reputo vera, ci credo molto.
Ognuna può dare solo ciò che è, dunque e farsi sacre è un dono non solo per se stesse ma anche per gli altri.
Del resto, non vi è gesto più bello e importante del dare il sacro.
Di dare amore.
E aiutare altre e altri a sentirlo, riconoscerlo, alimentarlo, e grazie alla sua presenza, sacrificarsi.
In pienezza, fiducia, bellezza.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o.

lunedì 5 febbraio 2024

Filare l'Oro fra i Nodi

I primi giorni di quest’anno, scrivendo sulle prime pagine del diario-agenda, ho osservato come già dall’inizio si fossero mostrati alcuni nodi complessi e difficili da districare. Due provenivano dall’anno scorso, irrisolti, uno si è presentato all’inizio di questo, intricandosi ai miei occhi più di quanto potessi prevedere. Nessuno di questi nodi è stato provocato da me, nessuno è dipeso direttamente da me, eppure ciascuno ha toccato la mia vita, l’ha ingarbugliata e ha allontanato la mia serenità.
Mentre scrivevo, dunque, lasciando scorrere le parole, una frase è emersa da sola, è rimasta quasi inosservata per giorni, e poi mi è tornata alla mente, oggi, per ricordarmi che era importante.
Così sono andata a rileggerla, e l’ho trascritta ancora su nuove pagine. E la trascriverò ancora, su altre pagine. E farò in modo di ricordarla sempre, ogni volta che avrò bisogno della sua magia e del suo potere:

“L’anno è iniziato con dei bei nodi, ma i fili d’oro non mancano.
Vorrà dire che renderò questi giorni ricchi con poco.
E che filerò l’oro anche fra i nodi
.”

Filare l’oro fra i nodi, trarre filamenti di luce fra le ombre, e intessere bellezza anche quando sembra difficile trovarla e riconoscerla.
Filare l’oro fra i nodi, attingendo dall’oro che mai si esaurisce – se mai si nasconde, ma poi torna sempre a luccicare – per rendere anche un solo istante ricco. Ricco con poco, perché l’oro è pur sempre oro. Anche quando è poco, non è da meno. Anche quando è poco è ricco, e spesso è più del necessario.
Filare l’oro fra i nodi, e nel mentre ammorbidire il filo ingarbugliato e districare i nodi.
E se con l’oro filassi un piccolo pettine dorato?
Passando i suoi dentini luminosi fra i fili, i nodi si scioglierebbero più facilmente. Perché filare l’oro anche fra i nodi è un atto magico, accresce luce e calore, e anche i nodi diventano più piccoli, più morbidi, più facili da districare.
Sì, filerò l’oro anche fra i nodi.
Del resto, non ho mai smesso di farlo, persino senza rendermi conto,
persino al buio e fra la cenere.

I fili d’oro non mancano – mai.
Renderò questi giorni ricchi con poco.
E filerò l’oro anche fra i nodi.


Qui, ora e sempre.
Fotografia di Nilofar Hossain

domenica 4 febbraio 2024

Confini

Siedo, finalmente, nella mia pace bianca.
Ho chiuso le porte, permango nel mio silenzio. Il cuore è quieto, adesso.
Le parole sono emerse e sono uscite, si sono riversate fuori come fiume in piena, e ora sono in pace.
Ritrovo, intatta, la fonte di luce che scalda, e brilla, e sa.
Quanta luce emana, mi era mancata, eppure era sempre stata lì, tacita e nascosta. Paziente.
Torneranno le ombre, e mi avvolgeranno nella loro oscurità, lo so, ma le abbraccerò per imparare da loro qualcosa che ancora non conosco, e di cui ho bisogno per essere integra, in ogni frammento, chiaro e scuro.
Adesso siedo nella mia pace bianca.
Osservo le porte chiuse, e respiro di sollievo. Una gioia profonda mi sboccia nel cuore.
È questa la via, adesso.
C’è silenzio, e quiete. E luce.

***

Ho posto domande senza parole, sono arrivate risposte precise e profonde, e parole magiche e vibranti, vive e benefiche, di cui sono intimamente grata.
Alcune sono emerse fra le altre, ricorrenti, nella lettura delle mie carte, altre le ho sentite vibrare dentro, altre ancora sono sfociate negli scritti spontanei, e hanno brillato da sole. Sono e saranno le mie guide magiche in questi giorni e in quelli che verranno. E le ringrazio, tutte. Una parola magica ricorrente, che insiste per essere colta e integrata, e che mi sento di trascrivere qui, è confini.
Confini stabiliti da altri, da rispettare, confini che sono invitata a stabilire io.

Questi sono solo alcuni brevi estratti dei messaggi ricevuti dalle carte estratte da due mazzi diversi.

La carta del ghiaccio mi ha parlato di ibernazione, di immobilità nel ghiaccio, di necessità di calore e luce, di confini.
“I confini sono positivi solo quando noi li modelliamo e spostiamo continuamente, riassestando le loro linee esterne e lasciando entrare quel che è necessario per essere nutrite.”
Rispetta i confini. Offri la tua luce.
La carta delle ombre dell’inverno mi ha suggerito di abbracciare la mia oscurità e accogliere i miei demoni. “(…) ignorarli non li eliminerà dalla storia della tua vita. Usali per trarre ciò che hanno da offrirti.”
La carta della scopa dell’inverno è quella che ho sentito e amato di più, e per diversi minuti l’ho tenuta tra le mani, osservando ammirata la sua illustrazione. Scope magiche appese fuori dalle mura una casetta, e una strega dai lunghi capelli bianchi che entra dalla porta – e si appresta a chiuderla. Protezione, sicurezza, passaggi sicuri. Confini. I miei.
“Spazza via gli intenti insani, mentre crei confini intessuti di protezione.”
“Non tutti coloro che bussano alla tua porta sono giunti lì con buone intenzioni. Le streghe appendono scope sopra le porte per proteggere le loro case dalle energie negative.”
Ricevere la scopa dell’inverno suggerisce che è meglio essere caute e attente, e che è bene stabilire dei confini nei luoghi appropriati.
È un segno che indica di procedere con cautela, dando ascolto ai campanelli di allarme ed evitando di concedere troppa fiducia.
È bene che la scopa resti appesa alla porta, dice.
Ciò è fuori è meglio che resti fuori.

Confini di altri, da rispettare.
Confini miei, da stabilire e mantenere.
Scope di strega da appendere alla porta.
E nel mentre, fare amicizia con i demoni, sciogliere il ghiaccio, offrire luce.
Ricominciare a brillare, incondizionatamente. Ma al sicuro, protetta.

Ringrazio ciò che ha risposto alle mie domande. Fosse anche il mero caso, è stato un caso preciso e oltremodo accurato, che ha parlato proprio a me, qui e ora, non posso negarlo.
Lavorerò dall’interno questi messaggi così importanti, e tornerò spesso a leggere queste suggestioni, per non dimenticarle e praticarle il più possibile.
Eppure devono aver già fatto effetto, le parole magiche che sono ricorse.
La gioia che sento è grande, la luce splende.
Io siedo, nella mia pace bianca, sorrido, e brillo.
Illustrazione di Tijana Lukovic

mercoledì 31 gennaio 2024

Di riguardo e accordanza

Un filamento luminoso – un raggio dorato forse – di ispirazione, sussurra al mio orecchio, e mi rincuora. Essere nel vero, o commettere uno sbaglio, fa parte del processo naturale della vita, della trasformazione, della crescita. È nel modo in cui si gestisce l’uno o l’altro che si rivela la propria indole più pura.
Avere riguardo e cura per il proprio agire, dentro e attorno. Essere attente a ferire il meno possibile, ed essere disposte a rimediare quando accade. Tenere in considerazione che qualcosa che a noi appare insignificante, per un’altra può essere fonte di dolore. Comprendere, ascoltare, trovare accordanza quando si crea una stonatura. Sono scelte di saggezza.
Accordanza, soprattutto, è una parola magica, e in quanto tale crea magia. Deriva dal latino cŏr, cŏrdis, ovvero “cuore”, e significa accostare un cuore a un altro cuore, essere cuore a cuore.
Quanta necessità di accordanza ha il mondo, nelle cose più piccole e in quelle più grandi. A cominciare dal piccolo, fino ad arrivare al grande.

Sento, e so, quanto c’è di vero in questo. Sento la magia della parola che agisce dentro e attorno a me. È viva, piena, emana e realizza il suo significato nel solo pronunciarla.
E so che è e sarà sempre la mia scelta, anche quando sarà più complicato metterla in pratica, e non sarà immediata la sua realizzazione.

Sì, le stelle lo sanno… sanno ogni cosa.
E sanno quanto valore abbia essere limpide e chiare e dirette, con se stesse e con le altre.
Proprio come lo sono loro.
Accordate,
seppur lontane,
nel loro perenne brillare.
Illustrazione di autrice o autore sconosciuta/o.

lunedì 29 gennaio 2024

Solo per me

Fare spazio, lasciar andare, agire come se nulla mai mi appartenesse.
Mi è davvero difficile, più di quanto forse sia per altre. Eppure io sono io, altre sono altre, e nessuna può comprendere cosa sia vivere nella mia pelle e vedere con i miei occhi, se non prova a comprendere dall’interno.
Fare spazio, lasciar entrare, ammettere presenze – talvolta non invitate. Fare spazio, anche dove preferisco che non entri nessuno. Mi è quasi impossibile, ma quando non posso evitarlo so di essere io ad avere il compito di mettermi nella condizione di imparare. E sacrificare, a volte. Eppure ho bisogno che certi spazi, sacri, intimi e oltremodo fragili, restino inviolati. Ho bisogno di percorrerli in solitudine, di sapere che solo io ne posseggo la chiave, per ritrovarli sempre uguali, e dentro la loro quiete immutabile ritrovarmi, riconoscermi, e rinascere.
Agire come se nulla mai mi appartenesse. È ciò che sanno fare gli illuminati, e io non sono una illuminata. Sono umana, e nel mio percorso sono sola. Sono sempre stata sola – soprattutto quando credevo di non esserlo – non riconosco alcuna maestra, pertanto non ho qualcuno da cui imparare. Non ho altri che me stessa, e spesso perdo la rotta.
A volte capita che un’ispirazione mi chiami e mi illumini così tanto da farmi credere, per qualche attimo, di essere guidata. Un simbolo, una immagine, un brillio, qualcosa che voglio credere, forse ingannandomi, che sia lì per me, solo per me, perché sono sola, disorientata, e ho così bisogno di credere che sia per me, che brilli per me, che possa nutrirmi e guidarmi e condurmi nel luogo in cui quel brillare non si esaurisce, da non poter ammettere che diventi anche di qualcun’altra.
Quando quell’ispirazione arriva, vivo momenti di gioia e di timida ma speranzosa fiducia, ma basta un soffio di vento, o una intrusione inaspettata, perché l’incanto si spezzi. Allora resto di nuovo sola, al buio – nessuna stella brilla più per me.
Non era per me, mi dico, mi sono sbagliata. O forse lo è stata, per un attimo, ma ora non lo è già più. Non ho fatto in tempo a nutrirmi, è già tutto finito. E sono di nuovo sola.
Non riesco a condividere ciò che ho bisogno che sia solo per me. Non ne sono capace. Ho bisogno che qualcosa mi appartenga, ho bisogno di riconoscermi in un riflesso, di intravedere un brillio, e trovare la rotta. La mia, quella che è lì per me, solo per me.
Forse ci sarà un giorno in cui potrò fare spazio, lasciar andare, agire come se nulla mai mi appartenesse. Ma quel giorno non è adesso.
Adesso muovo un passo avanti all’altro, senza vedere dove sto andando.
E offro un pezzo di cuore a chi può mostrarmi di nuovo la mia luce.
Sempre che, almeno quella, sia davvero – un poco – mia.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o, raccolta da Pinterest.

lunedì 22 gennaio 2024

Guardare ma non toccare

Un buon proposito per questo nuovo anno, e per il tempo che verrà, è quello di essere più accorta rispetto a ciò che scelgo di condividere.
È una lezione che mi si è presentata tante volte, e che ogni volta non ho voluto imparare. Le ho sempre anteposto la gioia e il senso di compimento che mi dà scrivere di ciò che amo e diffonderlo, anche quando si tratta di progetti e ispirazioni nascenti, e questo purtroppo mi ha danneggiata più volte – anche solo psicologicamente – nel momento in cui suggestioni e appunti personali sono stati raccolti e fatti propri da altre persone.
Non voglio essere meno generosa, ma esserlo in modo più intelligente, più misurato, per proteggere soprattutto ciò che è in fase embrionale, e che è per me importante e al contempo delicato proprio in virtù del suo non avere ancora una forma. Una forma che vorrei essere io a dare, dal momento che si tratta di suggestioni nate dentro di me, e di cui prima nessuna/o, che io sappia, aveva parlato in determinati termini.
Sono felice quando sono di ispirazione per altre e altri, quando i miei scritti brillano anche per altre e altri, ma a volte sarebbe bello se qualcosa venisse semplicemente guardata ma non toccata, se mai solo sfiorata, con gentilezza, e lasciata dove è, così come è.

Guardare ma non toccare.
C’è bellezza in questa arte, che tuttavia non manca di nutrire, a proprio modo.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o, raccolta da Pinterest.

venerdì 12 gennaio 2024

Le streghe sono stelle solitarie

“Le streghe, come le sante, sono stelle solitarie che brillano di luce propria, non dipendono da nulla e da nessuno, perciò non hanno paura e possono lanciarsi alla cieca nell’abisso con la certezza che invece di schiantarsi, spiccheranno il volo.”

Isabel Allende
Illustrazione di Yelena Bryksenkova

giovedì 11 gennaio 2024

Seguire la stella

“Oh notte, tu nera nutrice di stelle.”
Thomas Vaughan

Proprio un anno fa, in questi giorni, dopo il viaggio illuminante al Santuario della Madonna Nera di Oropa, mi rendevo conto di quanto il simbolo della stella brillasse nella mia vita, sin da bambina, di quanto lo sentissi parte di me, di quanto fosse vivo, e importante, e presente persino dove non lo avevo mai notato – l’ho visto, adesso, ed era sempre stato lì.
Proprio un anno fa, in questi giorni, ho cominciato a tessere e delineare la via della stella, solo per me per adesso, perché al momento è un percorso intimo e personale, e perché come ogni ispirazione non ancora partorita è troppo delicata per esporla troppo ad altre e altri.
Proprio un anno fa, in questi giorni, riflettendo sul cammino delle stelle dei pellegrini medievali, mi chiedevo come sarebbe stato per me un cammino delle stelle, e scrivevo queste parole:

“(…) per diventare stelle, che brillano e guidano nel buio della notte.
Che brillano e guidano prima di tutto se stesse, per non perdersi più,
e ritrovare sempre la propria Casa
nella propria stessa luce
.”

Oggi ricordo ciò che un anno fa ho sentito, quanto mi avesse illuminata dentro, e lo riaffermo a me stessa.
Durante i mesi passati ho ritrovato sui miei passi dopo tanti anni la presenza della strega, e la vicinanza atavica fra la stella e la strega mi ha rivelato ciò che realmente stavo cercando, e che inconsapevolmente stavo già vivendo.
Non ha nessuna importanza – e non deve averne, per quanto difficile – quello che pensano e dicono altre persone, ciò che importa per me adesso è solo sentire l’ispirazione,
vedere la stella,
e seguirla.
Dove porterà, sarà dove dovrò essere.
Fotografia di autrice o autore sconosciuta/o.

sabato 6 gennaio 2024

Le Epifania, e la luce di Befania

Oggi vorrei ricordare la divinità di questo sacro giorno con un nome davvero speciale, tramandato dalla strega Bellezza Orsini a Fiano Romano nel 1528: Befania.
Questo infatti potrebbe essere considerato il giorno di Befania, maestra, regina delle streghe, spirito e divinità femminile.
E Befania, così come Befana, è la forma popolare e al contempo il nome proprio che nasce dalla parola Epifania.
Epifania, o Epiphania, dal tardo latino epiphanīa(m), a sua volta dal greco epipháneia, ovvero “apparizione”, “manifestazione [della divinità]”, in origine aggettivo neutro plurale che significava “[feste] dell’apparizione”, e proveniente dal verbo epiphànein, composto da epi, “dall’alto”, e phànein, “apparire, rendersi visibile”, quindi “apparire dall’alto”. (1)
Befania o Epifania, altro non è se non l’apparizione della divinità, la sua manifestazione, o meglio, è la divinità che appare dall’alto.

Nell’antica Grecia le Epiphàneia – dal plurale greco – erano celebrazioni dedicate a una particolare divinità, che durante i riti sacri si rendeva manifesta. Non si trattava di una esibizione pubblica e pomposa, “la manifestazione degli dèi, per quanto vibrante e sentita presente era segreta, intima. Le divinità si palesavano nel naos, il cuore segreto e inaccessibile del tempio.” (2)
Nella religione cristiana, che ha fatto propria questa celebrazione, l’epifania, l’abbagliante apparizione, è invece rappresentata dalla stella. La stella che dona la direzione e guida i tre Re Magi verso la grotta della natività.
Sotto il manto della leggenda cristiana, ciò che permane ancora è l’apparizione di una stella, che brilla così forte da raggiungere ogni angolo del mondo, e da essere ben visibile sia di notte che di giorno, perché brilla più del Sole.
Sotto questa luce, Befania, altro non è se non la stella.

In questo giorno in particolare, la nostra preziosa tradizione italiana vuole che la Befana dal doppio volto, ovvero ciò che è sopravvissuto dell’antica divinità del destino e della fortuna, appaia dinanzi alle sue figlie e ai suoi figli, e porti loro dei doni.
Carbone, cenere, fuliggine e nodi a coloro che hanno agito in modo negativo e hanno filato male il proprio filo. Dolci, luce, fili dorati e fortuna a coloro che hanno agito in modo positivo e hanno filato il proprio filo meglio che hanno potuto.
E ogni dono sarà sempre e solo ciò che ognuna e ognuno ha meritato, nel bene e nel male. Così deve essere, e così sempre sarà.

Io credo che chi cerca di filare al meglio il proprio destino, e mantiene accesa la fiamma dentro di sé, potrebbe persino incontrarla e vederla, Befania.
Forse come fugace bagliore intravisto con la coda dell’occhio,
forse come impronta lasciata nella cenere di un fuoco spento,
o forse come splendente stella, che brilla e che canta.
Nella vastità del cielo, e nel profondo del cuore.

***

Si dice che l’Epifania tutte le feste porti via.
Ma per certe donne che stanno imparando a vedere nel buio, e ad ascoltare la voce della notte, Befania resta sempre vicina.
La stella continua ad apparire, e a splendere. Di notte e di giorno, in ogni momento.
La sua calda luce non si spegne mai.
Illustrazione di Nadezdha Illarionova

Note:

1. Per l’etimologia di epifania vedi Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, disponibile al sito www.etimo.it; Dizionario Garzanti Linguistica - https://www.garzantilinguistica.it/; Vocabolario Treccani - https://www.treccani.it/

2. Cfr. Giorgio Moretti, Epifania: il vero significato di un nome che è molto più di una data, Fanpage, 5 Gennaio 2018

mercoledì 3 gennaio 2024

Stare nella sospensione

Secondo la tradizione di diversi paesi europei, così come dei nostri territori alpini e padani, i dodici giorni di Natale sono governati dalla Signora della Filatura – colei che si cela dietro la figura della Befana – che durante questo tempo liminale visita le case e controlla che siano pulite e ordinate. Controlla anche che la donna che vi abita abbia filato per bene il proprio filo durante l’anno, distribuendo a ognuna ciò che realmente ha meritato. Se trova tutto pulito e ben filato, dispensa benedizione e fili dorati, se trova sporcizia e fili mal filati, ingarbuglia e insudicia le matasse e si allontana negando la sua benedizione, o maledicendo la casa e coloro che vi abitano.
Una sola era la regola. Durante questo periodo le filatrici dovevano riporre le loro conocchie, non toccare filo, far tacere l’arcolaio.
Non dovevano fare nulla, dovevano solo stare.
Calma, immobilità, silenzio, e un poco di leggerezza dopo tanto lavoro.
Erano – e sono ancora per chi lo crede – i giorni del sacro riposo, i giorni della sospensione. Sospensione di qualsiasi attività lavorativa, ma anche sospensione interiore, il restare sospese nell’ascolto e nell’attesa di ciò che sarebbe arrivato, di ciò che sarebbe potuto accadere.
Perché la Signora sarebbe giunta nottetempo, in segreto, e avrebbe scrutato e soppesato.
Scrutato e soppesato, il loro agire, il loro filare, il loro cuore.

Personalmente credo che, se si vuole seguire anche in minima parte la tradizione, dedicare questi giorni a tante, troppe attività non sia del tutto appropriato – e anche un pochino controproducente.
Riposare, muoversi con lentezza, rigenerarsi nella quiete,
stare nella sospensione,
permettersi di guarire,
dormire e sognare,
e soprattutto ascoltarsi,
e guardarsi dentro con occhi di brace
come la Signora insegna a fare alle sue figlie.
Questo, potrebbe essere non solo qualcosa di utile da fare per sé stesse/i, ma anche ciò che più onora lei,
Colei che giunge di notte con passo di stelle.

Per coloro che in lei credono ancora.
Illustrazione di Robin Elise Pieterse

domenica 31 dicembre 2023

Per l'Oro e per i Nodi

In questo giorno, nove anni fa, scrivevo queste parole. Ancora oggi le rileggo e le sento vibrare:

Secondo le tradizioni della nostra terra, così come di gran parte dell’Europa, durante questi dodici giorni Berta – o Berchta, la dea della luce e della filatura, compariva nelle case delle donne per controllare il loro filo. Osservava il loro modo di filare e la pulizia della loro casa, e decideva se donare benedizioni, fortuna, oro – simbolo del brillare interiore – e prosperità, oppure se maledire la loro casa, ingarbugliando, sporcando e rendendo opaco e stopposo il loro filo, ovvero portando sterilità e sfortuna.
L’ambivalenza della Berchta non è mai segno di buonismo o cattiveria, ma dipende solo e soltanto da coloro che lei osserva. Rispetto a ciò che vede, dona ciò che ognuna ha veramente e profondamente meritato, o meglio, ciò che ognuna, filando in un modo o nell’altro la propria vita e il proprio destino, ha attirato.
Secondo l’antica legge naturale il simile attira il simile, e ognuno raccoglie ciò che ha seminato, e questa è la parola della Berchta. Lei offre ciò che ognuno ha lavorato per ricevere.
Il motto antico che potremmo associare alla Berchta, è infatti “Quisque Faber Fortunae Suae”: Ognuno fa la propria fortuna/Ognuno è artefice della propria fortuna [o sfortuna].
Per questo onoriamo la Berchta, perché è colei che ci mostra il filo della nostra vita e ci insegna sia a filare meglio, o a scegliere un modo diverso di filare noi stesse, sia ad essere felici, o giustamente insoddisfatte, di ciò che abbiamo filato.
L’unico vero modo per onorarla, e onorare noi stesse, è filare nel modo migliore possibile.
È prestare attenzione alle nostre mani, al nostro cuore, ai nostri occhi, al nostro ritmo, al momento in cui bisogna trattenere il filo oppure rilasciarlo.
È agire con amore e secondo il nostro istinto, che sa sempre in che modo il nostro filo va filato.
Onorare la Berchta è onorare noi stesse, e lei dentro di noi.

Lei ci offre la conocchia, e ci dice: fila.
Ci sorride prima di chiudere dietro di sé la porta della nostra casa, e ci lascia filare, in silenzio, in solitudine.
Perché solo e soltanto noi possiamo filare la nostra vita e il nostro destino.
Nessun altro può farlo al posto nostro.
E la filatura della vita è un’arte sacra che riguarda solo e soltanto noi stesse.
Sole, di fronte a ciò che siamo davvero.
Sole, con il nostro filo.

E torna sempre, la Berchta. Torna a controllare ciò che abbiamo filato.
Ciò che riceveremo dipenderà da noi soltanto.
Un sorriso di luce e una conocchia dorata, oppure uno sguardo di disappunto e tanti fili annodati e ingarbugliati che poi, non c'è dubbio, dovremo sbrogliare e ripulire da sole. Dal primo all’ultimo.

E la onoriamo anche per questo.
Per l’Oro e per i Nodi.
Illustrazione di @suki.agi.illustration

mercoledì 20 dicembre 2023

Della strega, lo spirito e la presenza

“Ci sono donne che non hanno mai preparato un filtro e nemmeno ne conoscono, eppure hanno della strega lo spirito e la presenza, e altre che conoscono a memoria formule e riti di ogni genere, ma della strega non hanno nulla se non il nome che si proclamano da sole.
Le prime hanno una luce negli occhi che è magia pura, anche senza che muovano un dito.”

La luce negli occhi, la magia pura che emana da una strega. È più unica che rara, ed è qualcosa che non si può spiegare, si può solo vedere e sentire. Ne ho vista poca di quella luce nella mia vita, ma è successo. A volte l’ho sentita, mi ha illuminata dentro e mi ha fatta volare, ed è quella che ho sempre cercato e che continuerò a cercare e nutrire dentro, con dedizione e amore.
Onoro e amo la strega che la porta in sé. Lei, la riconosco. Perché porta il suo nome con onestà, incarna realmente il suo significato, e lo dimostra nei gesti, nelle parole, ma soprattutto, nell’essere.
Lei è colei che sa guardare oltre, e colei che vede nel buio con occhi di luce.

Avere della strega lo spirito e la presenza. Non è affatto scontato, è qualcosa che a volte esula dalla propria volontà, e prescinde da qualsiasi eredità.
Lo spirito della strega, è una vivida fiamma che illumina dentro, scalda e guida. Esiste oppure è assente. Ma forse può essere risvegliato.
La presenza della strega, è la percezione di quella fiamma, è la consapevolezza che nasce quando ci si lascia abitare da lei, e si presta ascolto alla sua voce. A volte ispira gesti e parole magiche che portano guarigione e trasformazione, per sé e per gli altri.
Di certo non si presta a esibizioni e vanterie. Davanti ad esse, piuttosto, si attenua e tace.
Perché la strega è discreta, a volte sfuggente come la luce della luna.
È una donna di anima, perché sa tessere i suoi filamenti per creare attorno a sé la magia.
È resiliente, con una grande forza interiore. E quando lo dimentica, non deve fare altro che attingere da se stessa e ritrovare la propria verità.

***

Non hai bisogno di approvazione, né di alcuna legittimazione,
da parte di chi cammina in scarpe diverse dalle tue e non conosce i tuoi passi.
Guardati dentro, e ricorda:
Tu hai, e soprattutto sei, tutto ciò di cui hai realmente bisogno.

Illustrazione di Alexandra Dvornikova

lunedì 18 dicembre 2023

Di parole magiche e magia delle parole

A volte succede che parole luminose prendano forma in situazioni in cui mi sento insicura, criticata, o da meno – senza tuttavia esserlo – per poi tornare durante la giornata a richiamare attenzione e cura. Come gli angoli piegati delle pagine di un libro. Quelle pagine che segni per ricordarti di tornare a leggerle, poiché contengono qualcosa di importante per te.
Le parole a volte vengono in aiuto da sole, quando ci sentiamo in difficoltà, e a volte stupiscono perché è come se non le avessimo pensate, ma avessero parlato da sé.
Quando mi succede, ringrazio quelle parole, magiche, vive di vita propria, indipendenti dalla mia volontà, libere.
Cedo loro il passo, perché arrivano da un luogo-altro che io riesco solo a percepire per qualche attimo e poi scompare. Le ascolto come se a dirle fosse stata un’altra persona, più saggia di me, cercando di imparare da loro e di farle mie in modo più consapevole.

Benedette siano le parole magiche, e la magia delle parole.
Quando ci infondono della loro presenza sono un dono immenso.
A volte quello che hanno da dire è solo per noi e per nessun’altra. A volte invece si esprimono attraverso di noi per portare un messaggio più grande, rivolto a chiunque le ascolti, e accogliendole, ne venga trasformata.

Chiunque si senta toccata dalle parole magiche,
per un attimo si illumina, e percepisce armonia.
Chiunque sia tessitrice della magia delle parole,
attinge dall’armonia, dentro e attorno,
e comunicandola, la rende accessibile ad altre.
La sua è una arte preziosa, perché arriva lontano
e annulla le distanze.
Il tempo non la sfiora, né consuma.
Illustrazione di Tijana Lukovic

giovedì 14 dicembre 2023

Santa Lucia, luce nell'oscurità

“Stjärnor som leda oss, vägen att finna,
bli dina klara bloss, fagra prästinna.
(...) tänd dina vita ljus, Sankta Lucia
.”
Jonna Jinton

“Stelle che ci guidano, la strada da trovare,
diventano i tuoi chiari bagliori, bellissima sacerdotessa.
(…) Accendi le tue candele bianche, Santa Lucia.”

***

Ogni anno guardare i video su Santa Lucia di Jonna Jinton è una mia tradizione che mi incanta sempre. Oggi, ascoltando la bella versione di Jonna del canto svedese Natten går tunga fjät (Sankta Lucia), mi è venuta voglia di leggere la traduzione inglese e sono rimasta incantata in particolare da alcune strofe. Ne ho fatto una traduzione italiana, la riporto qui sotto:

Light in the darkness
La versione di Jonna Jinton del tradizionale canto di Santa Lucia

“Natten går tunga fjät runt gård och stuva.
Kring jord som sol'n förlät, skuggorna ruva.
Drömmar med vingesus under oss sia,
tänd dina vita ljus, Sankta Lucia.

Trollsejd och mörkermakt ljust du betvingar,
signade lågors vakt skydd åt oss bringar.
Drömmar med vingesus, under oss sia,
tänd dina vita ljus, Sankta Lucia.

Stjärnor som leda oss, vägen att finna,
bli dina klara bloss, fagra prästinna.
/Drömmar med vingesus, under oss sia,
tänd dina vita ljus, Sankta Lucia.
”

Il bellissimo video originale di Jonna Jinton è disponibile qui: Light in the darkness

***

Traduzione inglese trascritta da Jonna Jinton:

“Night walks with a heavy step
Round yard and house.
As the sun departs from earth,
Shadows are brooding.
Dreams of wings rustling over us in prophesy,
Light your white candles, Saint Lucia.

Spells and dark powers, with light you subject.
Guard of the blessed flames, protection for us brings.
Dreams of wings rustling over us in prophesy,
Light your white candles, Saint Lucia.

Stars that lead us, the way to find,
become your clear flares, fair priestess.
Dreams of wings rustling over us in prophesy,
Light your white candles, Saint Lucia.”

***

Traduzione italiana dalla versione inglese a cura di Laura Rimola:

Luce nell’oscurità

“La notte incede con passo greve intorno al cortile e alla casa.
Mentre il sole si allontana dalla terra, le ombre incombono.
Sogni di ali che frusciano su di noi in profezia,
accendi le tue candele bianche, Santa Lucia.

Incantesimi e poteri oscuri, tu li sottometti con la luce,
vegliare le fiamme benedette, porta a noi protezione.
Sogni di ali che frusciano su di noi in profezia,
accendi le tue candele bianche, Santa Lucia.

Stelle che ci guidano, la strada da trovare,
diventano i tuoi chiari bagliori, bellissima sacerdotessa.
Sogni di ali che frusciano su di noi in profezia,
accendi le tue candele bianche, Santa Lucia.”
Illustrazione di Sarah Ekstrom

lunedì 11 dicembre 2023

Brillare in silenzio

Le ultime foglie dorate si staccano con un debole fruscio e lasciano i loro rami, spogli e umidi.
La nebbia fitta e bianca, nasconde e attutisce. Sul far della sera si tinge di delicate sfumature azzurre, mentre tutto tace.
Immobilità, quiete, attesa. Fra la nebbia una fiammella riluce, creando attorno a sé un fioco alone dorato. È tenue, velata, ma viva.
È verità e messaggio per quelle poche che riescono a vederla.

Restate nascoste, velate la luce, proteggete la magia.
È questo il tempo di brillare in silenzio.
Illustrazione di Maria Gordon